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Cosa ci dice il disastro dei vaccini in Bosnia sulla Bosnia

Dall’inizio di marzo in Bosnia ed Erzegovina è iniziata una nuova ondata della pandemia da coronavirus. Il numero dei morti per COVID-19 è fra i più alti in Europa, e nonostante negli ultimi giorni ci sia stato un piccolo calo in molti dubitano che la situazione migliorerà a breve. Nel paese più problematico della penisola balcanica la campagna vaccinale è infatti a malapena iniziata e sta procedendo a singhiozzo. Negli ultimi giorni ci sono state diverse manifestazioni di protesta contro la gestione della pandemia da parte delle autorità locali, ma i problemi che la Bosnia ed Erzegovina sta affrontando sono strutturali e possono essere risolti solo in parte dalla classe politica.

La Bosnia ed Erzegovina è divisa nella Federazione della Bosnia ed Erzegovina (abitata in prevalenza da bosgnacchi e croati) e nella Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (abitata in prevalenza da serbi). Queste due entità sono il risultato degli accordi di pace di Dayton del 1995, che misero fine alla guerra etnico-religiosa cominciata in Bosnia ed Erzegovina nel 1992.

A complicare ulteriormente le cose c’è anche una terza “entità”, il distretto di Brčko, ricavato prendendo del territorio da entrambe le entità, ma supervisionato da un rappresentante internazionale. Il territorio bosniaco è inoltre diviso in dieci cantoni, cioè delle province che condividono alcune competenze con le tre entità, ma anche con i comuni.

La complessa stratificazione dei vari livelli amministrativi fu decisa per accontentare il desiderio di autonomia dei diversi gruppi etnici, ma da tempo appare evidente che abbia reso lo stato federale lentissimo e inefficiente: e lo si nota soprattutto durante una pandemia.

– Leggi anche: Cosa sappiamo sulle trombosi e i vaccini

Politico fa notare che sebbene nominalmente esista un ministro della Sanità federale, la competenza sulla sanità è in mano sia alle entità regionali sia ai cantoni. Una delle varie conseguenze dell’attuale ripartizione è che le aziende farmaceutiche non sanno esattamente a chi devono rivolgersi durante i negoziati per l’acquisto delle forniture di vaccini.

«I produttori di vaccini vogliono parlare col governo», ha raccontato a Politico Damir Marjanović, che insegna bioingegneria all’università di Sarajevo, «ma secondo il sistema bosniaco, se il governo non riesce ad occuparsi di una certa cosa deve subentrare il cantone. Questo genera una confusione enorme nei fornitori». Proprio a Sarajevo, fra l’altro, una recente stima indica che a marzo siano morte in media più persone di COVID-19 di quanti civili furono uccisi nell’assedio della città durante la guerra civile, durato 1.425 giorni: 18,5 morti al giorno contro 3,8.

Sulla carta la Bosnia ed Erzegovina sta trattando con le aziende farmaceutiche per acquistare autonomamente i vaccini necessari per immunizzare la popolazione locale, ma non è chiaro a che punto siano le trattative. Per ora le autorità bosniache federali hanno ricevuto alcune dosi di vaccino soltanto tramite COVAX, l’iniziativa dell’Organizzazione mondiale della sanità per rifornire di vaccini i paesi più poveri, oppure come donazione simbolica da parte di alcuni paesi stranieri.

Una recente protesta contro la gestione della pandemia da parte del governo federale a Sarajevo, in Bosnia ed Erzegovina (AP Photo/Kemal Softic)

I vaccini arrivati finora tramite COVAX sono 49.800, frutto di una donazione dell’Unione Europea: 26.400 dosi del vaccino sviluppato da AstraZeneca e 23.400 dosi di quello di Pfizer-BioNTech. Tenendo conto che entrambi i vaccini prevedono una somministrazione di due dosi, la fornitura attuale sarà sufficiente a vaccinare circa 25mila persone, cioè lo 0,7 per cento della popolazione totale.

«Ormai l’Unione Europea ha perso molto del suo soft power», ha detto al Financial Times un ex diplomatico occidentale che oggi vive in Serbia, riferendosi alla capacità di un paese o di un’organizzazione di influenzare un altro paese senza usare mezzi bellici. A fine marzo la Turchia aveva inoltre donato 30mila dosi del vaccino cinese Sinovac come gesto di simbolica vicinanza con i musulmani bosniaci.

A metà marzo la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina aveva ordinato 500mila dosi del vaccino russo Sputnik V, che in queste settimane la Russia sta usando soprattutto come strumento di influenza politica. Pochi giorni dopo però si è scoperto che i fornitori russi non avevano fornito i documenti necessari, e la consegna delle prime dosi era saltata. Non è chiaro cosa sia successo da allora al resto delle dosi ordinate.

Una delle donazioni più sorprendenti è arrivata dalla Serbia, che all’inizio di marzo ha donato una fornitura simbolica di 5mila dosi. È sorprendente perché le milizie serbe furono le principali responsabili della guerra civile in Bosnia e dell’assedio di Sarajevo: oggi però la Serbia è uno dei paesi europei più avanti nella campagna vaccinale, e il governo bosniaco non era nelle condizioni di rifiutare una donazione del genere. «Quando si parla di vaccini, è difficile pensare a un’altra zona d’Europa dove le differenze sono più pronunciate», osserva Euronews.

Al momento la Serbia ha somministrato circa 42 dosi di vaccino ogni 100 abitanti – uno dei tassi più alti al mondo – e la disponibilità di vaccini è tale che nelle ultime settimane il governo serbo ha aperto la possibilità di vaccinarsi anche ai cittadini stranieri disposti ad andare in Serbia per la somministrazione. La decisione del governo di centrodestra e filo-europeo guidato da Aleksandar Vučić è stata presa soprattutto per aumentare la propria influenza nella regione, ma ha avuto conseguenze molto concrete per migliaia di bosniaci.

– Leggi anche: La Serbia vuole vaccinare anche gli altri paesi balcanici

Soltanto nell’ultimo weekend di marzo poco meno di 30mila persone sono entrate in Serbia dalla Bosnia ed Erzegovina, un aumento del 73 per cento rispetto al weekend precedente. Molte di loro probabilmente sono andate in Serbia per vaccinarsi. «Mi sono presentato alla fiera di Belgrado: dopo mezz’ora di fila ero già vaccinato», ha raccontato a Balkan Insight Dragan Simic, un camionista di 30 anni di Derventa, una città bosniaca vicina al confine con la Croazia. «L’altra opzione era rimanere seduti e aspettare che le autorità bosniache vaccinassero tutti», ha detto a Radio Slobodna Evropa Zlatan Musić, che abita a Sarajevo e si è presentato a Belgrado per farsi vaccinare.

Irma Plavčić, un’insegnante bosniaca di 38 anni, ha detto a Politico che non le era mai capitato di «provare così tanta vergogna perché vivo in Bosnia»: «sono nata e cresciuta qui e ricordo nitidamente le atrocità della guerra. Eppure sono contenta e grata alla Serbia per la possibilità che ha dato a me e ad altri bosniaci di proteggerci e di tornare a una vita normale, almeno in parte».

Il recente aumento dei casi ha coinvolto anche migliaia di migranti bloccati al confine fra Bosnia e Croazia. Associated Press scrive che diversi campi per migranti sono stati messi in quarantena, e che fra l’ultima settimana di marzo e la prima di aprile sono stati registrati 147 casi in un solo campo: più della metà dei 265 casi registrati dall’inizio della pandemia fra i migranti (anche se i numeri sono probabilmente più alti). Il Danish Refugee Council, che offre aiuto quotidianamente ai migranti bloccati in Bosnia, ha detto che nei campi per migranti c’è stato «un aumento di casi» ma che per ora la situazione è «sotto controllo».

– Leggi anche: Lo stallo sulla rotta balcanica, spiegato

Un gruppo di migranti fotografati nel campo di Miral, al confine con la Croazia (AP Photo/Davor Midzic)

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