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Forse c’è una truffa dietro al sequestro di due italiani in Siria

La procura di Roma ha arrestato tre persone e ne ha messe sotto indagine altre dieci con l’accusa di aver organizzato il sequestro di un imprenditore di Brescia, Alessandro Sandrini, tra Siria e Turchia. Il sequestro inizialmente avrebbe dovuto essere una truffa: Sandrini, che è tra gli indagati, sarebbe stato complice dei presunti sequestratori, con cui intendeva dividersi i soldi del riscatto. In seguito, però, sarebbe stato privato per davvero della libertà personale e consegnato a gruppi radicali e criminali che operano tra Siria e Turchia.

I tre arrestati — l’italiano Alberto Zannini e gli albanesi Fredi Frrokaj e Olsi Mitraj, tutti provenienti dal bresciano — sono accusati di sequestro di persona per scopo di terrorismo; Sandrini, che in questo momento si trova agli arresti domiciliari per reati commessi prima del 2016, è accusato di simulazione di reato e truffa.

Sandrini è rimasto in Siria tra il 2016 e il maggio del 2019, quando fu liberato. Secondo la procura, i tre arrestati sarebbe stati in contatto anche con un altro imprenditore bresciano, Sergio Zanotti, anche lui sequestrato nel 2016 e liberato a pochi giorni di distanza da Sandrini. Zanotti non è tra gli indagati. I tre avrebbero convinto anche una terza persona, sempre del bresciano, a simulare il sequestro, ma non avrebbero avuto successo perché il giorno fissato per la partenza l’uomo non si sarebbe presentato in aeroporto.

Secondo le ricostruzioni della procura di Roma riportate sui media italiani, nell’ottobre del 2016 Sandrini, in accordo con i suoi complici, sarebbe partito per Adana, una città nel sud della Turchia non lontana dal confine con la Siria. Alle persone che lo conoscono aveva detto che andava in Turchia per turismo. Secondo vari giornali italiani, prima di partire Sandrini avrebbe promesso alla sua ex fidanzata 100 mila euro ottenuti dai proventi della truffa.

Zanotti, invece, nella primavera del 2016 partì per Antiochia, un’altra città turca vicina al confine con la Siria, ufficialmente con l’intento di comprare banconote irachene fuori corso, ricercate dai collezionisti.

Secondo il capo d’accusa della procura, citato dai media italiani, sia Sandrini sia Zanotti, una volta arrivati in Turchia, sarebbero stati privati della libertà personale e portati in Siria, dove sarebbero stati consegnati a gruppi radicali. Non è ancora chiaro come sia avvenuto il sequestro. Secondo alcune ricostruzioni, Sandrini sarebbe stato tradito per denaro dai suoi complici: nel 2016 la guerra civile in Siria era ancora molto intensa, e i numerosi gruppi che operavano nel paese erano disposti a pagare per ottenere un ostaggio occidentale con cui accreditarsi a livello internazionale. Secondo Repubblica, invece, la cessione degli ostaggi sarebbe stata pianificata e a Sandrini sarebbe spettata una parte dei guadagni.

Fin dall’inizio i due casi di rapimento di Sandrini e Zanotti erano stati considerati come anomali, e non immediatamente riconducibili ad atti di terrorismo.

Tra i gruppi che avrebbero avuto in ostaggio Sandrini e Zanotti sono stati citati il Partito islamico del Turkestan, un gruppo islamista a maggioranza uigura attivo in Siria durante la guerra civile, e Jund al Aqsa, un gruppo vicino ad Hayat Tahrir al Sham, che oggi è la principale organizzazione jihadista della Siria. Entrambi i gruppi erano attivi nella provincia di Idlib.

– Leggi anche: Il “rebranding” di Hayat Tahrir al Sham

Tra il 2016 e il 2019, il periodo in cui Sandrini e Zanotti sono stati in prigionia, uscirono video e comunicazioni di entrambi. Sandrini chiamò la madre diverse volte tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, e nel luglio del 2018 fu diffuso un filmato in cui appariva con la tuta arancione simile a quella dei prigionieri dello Stato Islamico. Secondo la procura di Roma il video sarebbe stato girato in Siria ma alla sua diffusione avrebbe contribuito il gruppo degli indagati. Zanotti apparve in due video: uno del novembre del 2016, in cui era inginocchiato davanti a un uomo armato e con il volto coperto, e un altro del maggio 2017, sempre in ginocchio davanti a due uomini armati.

Secondo la procura di Roma, per tutto il periodo della prigionia Zannini, Frrokaj e Mitraj avrebbero provveduto a sostenere economicamente le famiglie di Sandrini e Zanotti, con pagamenti mensili.

Non è chiaro — come non lo era al momento della liberazione dei due ostaggi, nel 2019 — se lo stato italiano abbia pagato un riscatto per la liberazione di Sandrini e Zanotti. L’Italia paga piuttosto spesso i riscatti per i cittadini presi in ostaggio, anche se il pagamento non è mai confermato a livello ufficiale. Alcuni giornali ipotizzano però che ci sarebbe la possibilità che in questo caso i riscatti non siano stati pagati. Sempre secondo Repubblica, l’indagine della procura di Roma non ne fa menzione.

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