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Francesco Martucci, Identità Golose e la birra artigianale che si piange addosso

Mauro Uliassi: “Il cibo nella bocca crea uno storytelling”. (Identità Golose – 2019)
Paolo Lopriore: “Il giallo è cultura. E cultura è territorio”. (Identità Golose – 2019)
Fabio Pisani e Alessandro Negrini: “Il rapporto tra sugo e pasta è interpersonale”. (Identità Golose – 2019)* da (come ricorda il collega Valerio Visintin)
Massimo Bottura: “Noi siamo gli antichi, oggi” (Identità Golose, 2021)
Francesco Martucci: “Ho sempre apprezzato molto il lavoro di Birra del Borgo, anche in un contesto industriale riescono a raggiungere dei livelli di artigianalità encomiabile” (Identità Golose, 2021)

Una notizia dura una manciata di ore, oppure più di due settimane. Così quella del nuovo feeling tra Francesco Martucci, goleador della pizza se ce n’è uno, e Birra del Borgo, l’ex birra artigianale che oggi fa da sponsor ai congressi e ai media gastronomici con un’operazione di posizionamento aziendale perfetta per la multinazionale Ab-Inbev, quindici giorni fa suonava come una polemica di passaggio.

Francesco Martucci Birra del Borgo

Riassumendo, per chi non leggesse Scatti di Gusto, Cronachedibirra e Intravino, il noto imprenditore casertano è accusato da giorni per aver indossato il grembiule “sbagliato”, quello di una birra industriale, “tradendo il credo della birra artigianale”. Una polemica cui non abbiamo dato seguito per ragioni semplici: il pizzaiolo in questione non ha mai giurato fedeltà al “credo artigianale” e, dopotutto, acquistava birra industriale da molto tempo, assai prima di iniziare a servirsi di Birra del Borgo.

Poi, a Identità Golose, come molti cuochi prima di lui ha pronunciato l’indicibile, per non dire l’indecifrabile. E io mi domando solamente, sommessamente, se sia il caso di dare la parola a questi signori cuochi, se sia il caso si dare loro tutta questa importanza.

Come può un birrificio industriale “raggiungere livelli di artigianalità encombiabile”? Lo stabilisce solo lo sponsor (di Identità Golose, si intende).

Ora, non starò ad indagare su quanto il termine “artigianale” possa essere utilizzato a sproposito secondo la legge del 2016 (perché ho un mutuo da pagare) ma mi domando e mi chiedo: perchè stiamo ancora dando tanta importanza a questi signori che cucinano, tanto da trasformarli in filantropi, tanto da snocciolare polemiche su polemiche sulle loro scelte imprenditoriali?

Sceglieranno la birra industriale perché conviene loro, perdìo. Perché una birra alla spina industriale è più facile da tenere rispetto a una birra artigianale: certamente è più economica, più facile da pulire, più semplice da spiegare ai clienti, più semplice da gestire e sicuramente, se si è cuochi famosi, rende parecchio.

Il problema è di noi, cretini divulgatori, che diamo ai cuochi e ai pizzaioli il ruolo che non hanno: quello della divulgazione. Noi che confondiamo l’imprenditoria con la filantropia (e ci vuole parecchio), e anziché abbassare il voto di un ristorante perché meramente acquista e vende/ guadagna da / ottiene meriti da/ la birra industriale, così come potrebbe farlo da un pomodoro o da una farina, da un forno o una cucina, anziché da una cappa, diamo allo chef il credito che si darebbe a un artista.

E il cuoco, perdonatemi, è un banale imprenditore. Che acquista birra industriale se gli conviene. Non tacciamolo di nulla, non pretendiamo da lui nulla. Non “ricattiamolo”, domandandoli quale birra compri, non aspettiamoci nulla. Un cuoco è solamente un cuoco, e nel caso di Francesco Martucci, fa quello che gli conviene.

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Redazione

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