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Il dibattito attorno a Naomi Osaka

Intorno alla recente decisione della tennista giapponese Naomi Osaka di ritirarsi dal Roland Garros, uno dei tornei più prestigiosi al mondo, si è sviluppato negli ultimi giorni un esteso dibattito, non limitato al giro degli appassionati di tennis. Al centro della discussione, in parte alimentata dalla popolarità della tennista, non c’è soltanto la scelta personale di Osaka di uscire dal torneo francese per ragioni legate alla sua salute mentale ma anche, più in generale, la vulnerabilità e l’insofferenza degli atleti rispetto alle routine e alle condizioni poste dai media tradizionali, e la volontà di quegli atleti di avere maggiore controllo dei loro spazi pubblici.

Osaka, che ha ventitré anni, è nata da madre giapponese e padre haitiano ed è una delle tenniste più forti in circolazione, aveva annunciato qualche giorno prima dell’inizio del torneo che, per proteggere il suo stato di salute mentale, non avrebbe partecipato alle consuete conferenze stampa. Non si era quindi presentata ai giornalisti dopo la vittoria al primo turno contro l’avversaria Patricia Maria Tig, e per questo motivo aveva ricevuto una multa di 15 mila dollari dagli organizzatori del torneo. Poche ore dopo, tramite i suoi account social, aveva comunicato e motivato la decisione di ritirarsi dal Roland Garros.

Ciao a tutti, non è una situazione che avrei mai immaginato né voluto, quando ho scritto pochi giorni fa. Penso che ora la cosa migliore per il torneo, per gli altri tennisti e per il mio benessere sia che io mi ritiri, in modo che tutti possano tornare a concentrarsi sul tennis a Parigi. Non ho mai voluto essere una distrazione e riconosco che il mio tempismo non è stato ideale e il mio messaggio avrebbe potuto essere più chiaro. E, cosa ancora più importante, non banalizzerei mai la salute mentale né la tratterei con superficialità.

La verità è che ho sofferto di lunghi attacchi di depressione fin dagli US Open del 2018 ed è stato molto difficile farci i conti. Chiunque mi conosca sa che che sono introversa, e chiunque mi abbia visto ai tornei avrà notato che indosso spesso le cuffie, perché mi aiuta ad attenuare la mia ansia sociale. Anche se la “stampa del tennis” è sempre stata gentile con me (e voglio scusarmi soprattutto con tutti i giornalisti a posto che potrei aver offeso), non sono un’oratrice nata e provo molta ansia prima di parlare davanti ai media di tutto il mondo.

Divento molto nervosa e trovo molto stressante affrontarvi e dare la migliore risposta possibile. Qui a Parigi mi sentivo già vulnerabile e agitata, quindi ho pensato fosse meglio prendermi cura di me e saltare le conferenze stampa. Lo ho annunciato preventivamente perché sento che le regole siano in parte abbastanza superate e volevo fare notare questa cosa.

Osaka ha poi chiarito di aver contattato in privato gli organizzatori dichiarandosi disponibile e «più che felice» di riprendere il discorso alla fine del torneo e parlare con loro di quanto accaduto. Gilles Moretton, presidente della Federazione francese di tennis, ha definito «spiacevole» il ritiro di Osaka. Non era mai accaduto nel tennis professionistico che un’atleta così nota e popolare si ritirasse durante un torneo importante come il Roland Garros non a causa di un infortunio fisico. Altri e altre prima di lei avevano tuttavia già occasionalmente segnalato le difficoltà a reggere la pressione mediatica prima e dopo gli incontri durante i tornei più impegnativi.

In occasione dell’annuncio preventivo della sua intenzione di non partecipare alle interviste del Roland Garros, Osaka aveva detto di aver visto troppi giocatori crollare durante le conferenze e uscire in lacrime dalla sala stampa, e che in quelle occasioni le era sembrato come di assistere a una scena in cui «viene presa a calci una persona mentre è a terra». Aveva quindi invitato le associazioni di tennis a tenere maggiormente in considerazione l’integrità mentale dei giocatori. E aveva aggiunto che avrebbe accettato qualsiasi multa per la sua scelta, chiedendo che i soldi venissero eventualmente destinati a un ente di beneficenza impegnato nella tutela della salute mentale.

Alcuni hanno colto nell’allusione di Osaka un riferimento a una conferenza stampa dello scorso Australian Open, a febbraio, terminata in anticipo perché la tennista americana Serena Williams aveva lasciato la sala piangendo. Aveva appena ricevuto una domanda di un giornalista esperto riguardo alla sua prestazione deludente nella semifinale persa proprio contro Osaka. «Non lo so, ho finito», rispose Williams prima di alzarsi e andarsene.

Alle parole con cui Osaka annunciava che non avrebbe preso parte alle conferenze erano seguite le dichiarazioni di Moretton, che aveva definito quella scelta «un errore fenomenale» e un «danno per lo sport». Insieme ai responsabili dei quattro tornei del Grande Slam – Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open – Moretton aveva inoltre richiamato l’attenzione sull’esistenza di regole che richiedono di essere rispettate, alludendo alla possibilità di «multe più sostanziose e di sospensioni» per gli atleti che in futuro le avessero violate. Nel comunicato congiunto si faceva riferimento alla condizione antisportiva di disparità che una scelta come quella di Osaka rischierebbe di creare tra gli atleti tenuti a «onorare» gli impegni mediatici e quelli in grado di sottrarsi a quegli obblighi.

In generale, durante i quattro tornei di tennis più importanti al mondo, i giocatori sono tenuti a presentarsi in conferenza stampa dopo gli incontri se un giornalista richiede la loro presenza, indipendentemente dal fatto che l’atleta abbia vinto o perso l’incontro. Per chi non lo fa sono di solito previste multe da qualche migliaio di dollari, come – per fare un esempio – quella di 3 mila dollari pagata da Venus Williams nel 2018 per aver saltato una conferenza stampa dopo una sconfitta al Roland Garros. Anche per questo non è insolito che le tenniste e i tennisti più forti e famosi saltino occasionalmente qualche conferenza stampa, essendo per loro meno difficile pagare quelle multe.

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Partecipare a una conferenza stampa, indipendentemente dall’esito dell’incontro, è considerato un obbligo che i giocatori di tennis rispettano per promuovere nel mondo il loro sport, che in anni recenti – ricorda il New York Times – ha ricevuto meno “copertura” a causa della riduzione dei budget delle agenzie di stampa. Inoltre, sebbene la funzione principale sia in teoria quella di raccogliere notizie, nel corso degli anni le conferenze stampa sono state trasformate dagli organizzatori dei tornei anche in fonti di entrate aggiuntive, fa notare l’Atlantic, riferendosi ai numerosi sponsor presenti alle spalle dei giocatori durante le conferenze.

Il rapporto di Osaka con i media è generalmente ritenuto abbastanza sereno, anche se è raro che lei conceda interviste alle grandi testate giornalistiche. Non è detto che a Parigi avrebbe ancora giocato molti incontri – e quindi saltato molte conferenze, in base alla sua decisione – se non si fosse ritirata: non è una specialista della terra battuta, la superficie su cui si gioca il Roland Garros, e difficilmente sarebbe arrivata in finale (non è mai andata oltre il terzo turno). Veniva inoltre da brutte sconfitte impreviste – agli Open di Miami, ai Masters di Madrid e agli Internazionali d’Italia – dopo una lunga serie di vittorie. In un post su Reddit, poi cancellato qualche giorno fa, sua sorella Mari aveva scritto che Osaka non voleva essere distratta o che la sua autostima venisse danneggiata.

Alcuni osservatori hanno interpretato la scelta di Osaka come un sincero tentativo di esprimere insofferenza verso un sistema ritenuto oppressivo. Altri hanno invece visto nel suo rifiuto di affrontare la stampa il rifiuto di accettare tutte le responsabilità che derivano da una carriera di successo e redditizia come la sua. L’opinione prevalente tra colleghi e colleghe di Osaka è stata piuttosto equilibrata: in molti hanno detto che rispettavano la sua scelta e anche che comprendono la necessità di visibilità per lo sport e che parlare con la stampa faccia parte del loro lavoro. «Sento che vorrei poter abbracciare Naomi, perché conosco questa situazione, l’ho vissuta», ha detto Serena Williams.

Per aggiungere dettagli e contestualizzare meglio il dibattito su Osaka e sulla vulnerabilità degli atleti, la giornalista sportiva americana Louisa Thomas ha ricordato in un articolo sul New Yorker la finale tra Osaka e Serena Williams agli US Open del 2018, vinta da Osaka al termine di un incontro di cui si parlò molto per una lite in campo tra Williams e l’arbitro. Il pubblico prese apertamente le parti di Williams contro l’arbitro, e al momento della premiazione contestò rumorosamente la vittoria di Osaka, che iniziò a piangere ma cercando di nascondere il volto. All’epoca aveva vent’anni e aveva appena vinto il primo dei suoi quattro grandi tornei in carriera.

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(Julian Finney/Getty Images)

Nei tre anni successivi, prosegue Thomas sul New Yorker, la popolarità di Osaka è cresciuta moltissimo. La sua immagine è finita sulla copertina di Vogue e sui cartelloni pubblicitari di mezzo mondo, da Los Angeles a Tokyo, e Osaka ha anche disegnato scarpe da ginnastica per Nike. Secondo una stima della società di analisi Sportico, è diventata nel 2020 l’atleta femminile più pagata al mondo. «Era famosa soltanto in parte perché era così brava a tennis. Importava anche che fosse giovane, che fosse giapponese e americana, nera e asiatica. Era importante che parlasse dei suoi valori e che desse l’impressione di vivere in base a quei valori», scrive Thomas.

In un momento in cui gli atleti hanno più potere di quanto non ne abbiano mai avuto, ha scritto sull’Atlantic la giornalista sportiva Jemele Hill, quegli atleti «non sono più disposti a tacere su niente: le loro battaglie personali, le questioni sociali e politiche a cui tengono», e «sono disposti a confrontarsi con i pregiudizi non solo nello sport ma in tutta la società». Agli US Open dell’anno scorso, che si sono svolti tra violente proteste nazionali contro le ingiustizie razziali, ricorda Hill, Osaka «ha dimostrato che il suo obiettivo non è mettere a proprio agio gli altri». Ha disputato e poi vinto il torneo indossando una serie di mascherine con i nomi di persone uccise dalle forze dell’ordine. Alla fine, un giornalista le ha chiesto quale messaggio intendesse inviare con quella scelta. «Beh, quale messaggio hai ricevuto? Era più questo, il punto. Che le persone comincino a parlarne», rispose Osaka.

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Naomi Osaka durante gli US Open, a New York, il 12 settembre 2020 (Al Bello/Getty Images)

Ad accrescere lo scetticismo che molte tenniste nere provano nei confronti della stampa, prosegue Hill, c’è anche il fatto che i media sportivi americani siano ancora prevalentemente composti da maschi bianchi. Secondo un recente rapporto dell’Institute for Diversity and Ethics in Sport dell’Università della Florida Centrale, l’85 per cento dei redattori sportivi negli Stati Uniti è bianco, così come l’80 per cento degli editorialisti e l’82 per cento dei cronisti.

Il disaccordo tra Osaka e i responsabili del Grande Slam, secondo il New York Times, ha dato la possibilità di cogliere due aspetti distinti del dibattito. Mostrandosi vulnerabile, Osaka da una parte ha posto l’attenzione sulla salute mentale degli atleti – un argomento per molti versi ancora in parte sottaciuto e ritenuto sconveniente – e dall’altro ha evidenziato la perdita di potere e influenza dei media tradizionali.

«C’è più accettazione del fatto – e più comprensione del fatto – che la salute mentale è una cosa reale, esiste tra gli atleti, e a quelli tra loro di alto profilo è richiesto molto coraggio per uscire allo scoperto e utilizzare la parola “depressione” o “ansia”», ha spiegato al New York Times Jamey Houle, il principale psicologo dello sport dell’Università statale dell’Ohio.

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Kavitha Davidson, giornalista del sito sportivo The Athletic, ha preso le difese di Osaka ma ha anche sottolineato quanto sia importante che gli atleti parlino con i media. «Per svolgere correttamente il nostro lavoro e per servire adeguatamente il pubblico, dobbiamo poter avere accesso agli atleti, e abbiamo bisogno del filtro dei giornalisti per assicurarci che le parole che leggete non siano soltanto pubbliche relazioni». Anche Davidson ha tuttavia segnalato la necessità che i media riflettano sul modo in cui si sono occupati di tenniste e tennisti neri, spesso sottoposti a «vacui interrogatori» e da tempo desiderosi di riavere maggiore controllo sulla narrazione che di loro viene fatta.

Anche secondo Thomas, autrice dell’articolo sul New Yorker, non è un caso infrequente, «in particolare per le donne nere», ricevere durante le conferenze stampa dei grandi tornei «domande maldestre e offensive». Anche perché, prosegue Thomas, in occasione dei tornei del Grande Slam è in genere più probabile che siano presenti nella stampa anche giornalisti di tabloid o giornalisti non esperti di tennis. «Sei spesso paragonata alle sorelle Williams. Forse perché sei nera. Ma immagino sia perché hai talento e forse perché sei americana», ha detto un giornalista alla promettente tennista diciassettenne Cori Gauff qualche giorno fa, durante una conferenza al Roland Garros.

Nella migliore delle ipotesi, c’è anche un problema di “formato” della conferenza stampa, secondo Thomas. «In genere sono una cosa noiosa e datata, che non piace a nessuno veramente. Non ai giornalisti, che preferirebbero parlare a lungo e in privato con gli atleti. E non ai giocatori, a cui vengono rivolte ripetutamente le stesse domande, a volte da persone la cui motivazione principale è alimentare polemiche». Tra le due parti, secondo Thomas, è quindi quella dei giocatori a trovare le conferenze particolarmente inutili, dal momento che per promuoversi non hanno bisogno della stampa: possono arrivare ai loro fan molto più efficacemente attraverso i social.

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Nonostante i molti difetti riconosciuti dagli stessi addetti, le conferenze stampa rimangono tuttavia per molti giornalisti l’unica occasione per porre domande ai giocatori su qualsiasi argomento, anche quelli più difficili. È ragionevole ipotizzare che senza l’obbligo delle conferenze, sostiene Thomas, il tennista Alexander Zverev non avrebbe mai dovuto parlare in pubblico delle accuse di violenza domestica contro di lui. E comunque, anche senza pensare a questi casi limite, a volte le conferenze forniscono intuizioni originali sia sugli aspetti tattici delle partite che sulle persone che le giocano, conclude Thomas.

Per Kurt Streeter, giornalista sportivo del New York Times ed esperto di tennis, l’annuncio di Osaka va interpretato, in definitiva, come un ulteriore segno del crescente potere degli atleti di gestire in autonomia i propri messaggi e stabilire le proprie condizioni. «I giorni dei tornei del Grande Slam e dell’enorme macchina mediatica che ne gestiva il peso sono finiti».

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