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Il leggendario tesoro dell’isola di Oak, che non c’è

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In una baia affacciata sull’Oceano Atlantico della penisola di Nuova Scozia, in Canada, c’è una piccola isola. Non ha nessuna particolarità, né culturale né paesaggistica, ed è di proprietà privata. Misura appena mezzo chilometro quadrato. Eppure nonostante la sua apparenza insignificante ha affascinato e attirato nell’ultimo secolo e mezzo decine di esploratori, avventurieri e negli ultimi anni ricercatori per via di una leggenda secondo la quale nasconderebbe un inestimabile tesoro. Il bottino dell’isola di Oak di volta in volta assume forme diverse, a seconda di chi tramanda la storia: l’oro dei conquistadores (o degli Inca), il tesoro dei templari (o il bottino di alcuni pirati), l’Arca dell’Alleanza (o il Santo Graal).

La leggenda è stata alimentata da numerose ricerche e ritrovamenti, anche se in realtà non esiste praticamente nessuna prova convincente a sostegno della presenza del tesoro. Il sito Popular Mechanics in un recente articolo ha messo in fila le storie che compongono la leggenda, di cui però ci sono scarse conferme nei fatti, e ha raccontato le ultime ricerche che fanno chiarezza sulle attività umane condotte sull’isola in passato.

La prima storia che viene tramandata è ambientata nel 1795 e ha come protagonisti un ragazzo di 18 anni, Daniel McGinnis, e due suoi amici. Si racconta che, in seguito all’avvistamento di strane luci nel cielo sopra all’isola, i tre ragazzi incapparono in un boschetto al centro del quale c’era uno strano avvallamento. Cominciarono a scavare e trovarono una serie di pietre messe in cerchio, oltre a strane piattaforme fatte con tronchi di alberi. Dopo anni di scavi arrivarono a una profondità di quasi trenta metri, ma a quel punto la fossa si allagò e i tre smisero di scavare.

La prima spedizione ufficiale per riprendere quegli scavi, prosegue la storia, ci fu all’inizio dell’Ottocento da parte della Onslow Company. Anche loro si imbatterono in piattaforme lignee ogni tre metri circa, ma trovarono qualcosa che evidentemente ai tre ragazzi era sfuggito e che avrebbe fomentato le ricerche dei periodi successivi: una pietra rettangolare sulla quale, apparentemente, erano state scolpite strane iscrizioni. Alcuni sostennero che erano semplicemente i segni provocati dagli strumenti usati per scavare, altri invece erano sicuri che fossero una specie di mappa del tesoro.

Un professore di lingue della vicina Dalhousie University avrebbe tentato in seguito di decifrare le iscrizioni: «A quaranta piedi [circa dodici metri] da qui sono seppellite due milioni di sterline». In ogni caso, gli uomini della Onslow Company continuarono a scavare arrivando più o meno al livello in cui si erano fermati i tre ragazzi, a trenta metri di profondità. Lì il fondo della buca era più rigido e se colpito produceva uno strano rimbombo, come di una cavità. Era sera e gli operai andarono a riposarsi, convinti di aver trovato con ogni probabilità lo scrigno. La mattina dopo trovarono la buca allagata: secondo alcuni doveva essere scattato una sorta di trabocchetto che impediva di raggiungere il tesoro.

Nel 1849 una nuova spedizione proveniente dalla vicina città di Truro trovò un modo di rimuovere l’acqua e rinforzare le pareti della buca per proseguire gli scavi e penetrare nello scrigno, fatto di legno e metallo. Secondo un articolo di giornale pubblicato qualche anno dopo, gli scavatori di questa spedizione riuscirono a far emergere alcuni piccoli anelli di una catena d’oro, ma prima di riuscire a penetrare del tutto la buca cedette e si allagò nuovamente. Senza perdersi d’animo, gli operai cercarono di capire l’origine degli allagamenti. Ipotizzarono che fosse colpa di un tunnel sotterraneo che secondo loro trasportava l’acqua nella buca da una grotta artificiale poco distante. Cercarono di intercettarlo costruendo pozzi e per drenare la buca, ma senza successo.

Nel corso della seconda metà del secolo aumentarono sempre di più le spedizioni alla ricerca del tesoro – tutte fallimentari – e ci fu la prima morte che diede inizio alla “maledizione” dell’isola di Oak, altro aspetto che aggiunse fascino alla leggenda del tesoro. A causa dell’esplosione di una pompa alimentata a vapore, usata negli anni Sessanta per drenare la buca, un uomo morì. Un’altra morte ci fu nel 1897 e altre quattro persone morirono nel 1965, a causa dell’esalazione di alcuni fumi tossici. Il 1897 fu anche l’anno di un altro ritrovamento che confermò le speranze degli esploratori, un piccolo frammento di pergamena con sopra l’iscrizione “vi.” che l’università di Harvard dichiarò autentico (anche se non è chiaro cosa intendesse con questo termine).

Tra i molti rimasti affascinati dall’isola e dalle sue storie leggendarie ci fu persino Franklin Delano Roosevelt, che nel 1909 visitò gli scavi per conto della Old Gold Salvage And Wrecking Company, di cui era investitore. L’interesse di Roosevelt era tutt’altro che leggendario, come testimoniano le foto dell’epoca.

Al contrario, le storie intorno al tesoro e alla maledizione – tramandate recentemente da una fortunata trasmissione di History Channel – sono probabilmente esagerate o inventate. Popular Mechanics scrive che non ci sono resti che permettano di verificare scavi antecedenti al 1860, e che la pietra con le iscrizioni non viene citata in nessun documento risalente all’Ottocento. Le testimonianze che la riguardano sono tutte del Novecento, ma non esistono foto o disegni dell’originale, solo una copia del 1949. Quanto alle morti legate alla “maledizione”, la ricercatrice dell’Indiana University Kristina Downs invita a prendere queste storie con la giusta dose di scetticismo.

Rick Lagina, protagonista della trasmissione “Oak Island e il tesoro maledetto” (History Channel)

Secondo Downs le teorie che circolano sul contenuto della buca – nota come Money-pit, cioè “pozzo dei soldi” – hanno una logica assimilabile a quella che c’è dietro alle teorie del complotto. «Agli esseri umani piace credere che ci sia qualche genere di ordine nel mondo che ci circonda», spiega Downs. «Ma la realtà è che spesso non c’è. Creiamo una narrativa per cercare di rendere sensato un mondo che abbiamo difficoltà a capire». Le evidenze archeologiche nei dintorni della Money-pit non fanno pensare a niente di anomalo: sono state ritrovate solo monete, cardini e picconi lasciati dalle precedenti spedizioni oppure dagli insediamenti umani presenti nei secoli precedenti (l’isola è abitata da lungo tempo).

Anche se le leggende sono probabilmente inventate o esagerate, l’isola presenta comunque alcune tracce storiche interessanti. Uno studio dello storico Joy A. Steele e del geologo Gordon Fader ha rilevato la presenza di un centro industriale sovvenzionato – secondo i ricercatori sottobanco – dall’impero britannico, e ha concluso che la Money-pit era probabilmente una cavità naturale che i britannici usavano come fornace per la produzione di catrame, cosa che spiegherebbe la presenza di piattaforme di legno nella buca. «Un tempo il catrame ricavato dal pino era importante quanto il petrolio per noi oggi: le navi non potevano andare in mare senza essere cosparse di catrame», dice Fader. «Ecco cosa si faceva sull’isola. Tutti i manufatti ritrovati confermano pienamente questa teoria».

Nonostante tutto, c’è chi è ancora convinto della presenza del tesoro. The Curse of Oak Island, una trasmissione di History Channel distribuita anche in Italia con il titolo Oak Island e il tesoro maledetto, va avanti da otto stagioni e vede la partecipazione dello storico Charles Barkhouse, convinto che «qualcuno abbia fatto qualcosa di speciale» su quell’isola. La trasmissione è condotta dai fratelli Lagina, Rick e Marty, che sono anche proprietari del tour operator che offre esperienze turistiche sull’isola. Nell’eseguire le ricerche documentate dalla serie hanno utilizzato le tecnologie più disparate, dai sismografi ai georadar, senza però risolvere il presunto mistero intorno al tesoro e alla maledizione.

– Leggi anche: Forse qualcuno ha trovato un tesoro sulle Montagne Rocciose

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