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Il Libano è di nuovo messo malissimo

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Il Libano sta vivendo di nuovo un periodo difficilissimo, a cui hanno contribuito la crisi economica iniziata due anni fa, la pandemia da coronavirus – di cui sono stati registrati più di mezzo milione di casi – e l’enorme esplosione di un anno fa nel porto della capitale, Beirut, dove la ricostruzione è ancora in corso.

In questi giorni in particolare la lira libanese ha raggiunto un nuovo picco negativo, cioè un decimo del valore rispetto a due anni fa, mentre lo stato ha talmente poche risorse che non riesce più a mantenere interamente calmierato il prezzo della benzina, come succedeva in passato. A ogni persona spetta una piccola quantità di benzina calmierata al giorno, col risultato che a ogni benzinaio si formano file di chilometri.

La corrispondente dal Libano del Washington Post, Sarah Dadouch, ha scritto che in un paese dove i mezzi pubblici e le piste ciclabili sono quasi inesistenti, in assenza di benzina moltissime persone hanno semplicemente rinunciato ad andare a scuola o al lavoro: «un mio amico di recente ha finito la benzina e al posto che cercare un benzinaio ha lasciato la sua macchina al lato della strada. Non sa ancora quando potrà andare a riprenderla», scrive Dadouch. Al Jazeera fa notare che sono anche aumentati i blackout, dato che le centrali elettriche locali funzionano soprattutto a combustibili fossili: a volte la corrente elettrica salta anche per 12 ore.

La benzina non è l’unica cosa che manca in queste settimane. Reuters scrive che a causa della penuria di materiale sanitario gli ospedali stanno rimandando gli interventi chirurgici complessi e si occupano solo delle emergenze. La campagna vaccinale contro il coronavirus è iniziata a febbraio ma sta proseguendo così a rilento che diverse persone scelgono di acquistare le dosi di vaccino sul mercato nero oppure si rivolgono ai partiti politici, che in certi casi gestiscono direttamente le somministrazioni. Secondo una fonte di Agence France-Presse al ministero della Salute libanese, su 900mila dosi somministrate, 60mila sono state gestite da gruppi politici.

– Leggi anche: L’esplosione nel porto di Beirut, sei mesi dopo

In Libano la politica e le sue declinazioni settarie sono considerate da molti all’origine dei problemi del paese. Dal 1943, con la nascita del Libano moderno, le tre principali cariche istituzionali (presidente, capo del parlamento e primo ministro) sono state affidate alle tre più grandi comunità nazionali, cioè rispettivamente cristiani maroniti, musulmani sciiti e musulmani sunniti. Anche il parlamento è stato diviso su linee settarie, e prevede la presenza di dieci gruppi religiosi. Con la fine della guerra civile, nel 1990, i leader politici di ciascuna comunità hanno mantenuto il loro potere attraverso un sistema clientelare, con l’obiettivo di proteggere gli interessi del proprio gruppo.

Questo sistema, hanno scritto qualche tempo fa sul Washington Post i giornalisti Jamal Ibrahim Haida e Adeel Malik, «ha consentito agli oligarchi in competizione l’uno con l’altro di trasformare i legami politici e l’accesso alle istituzioni governative in privilegi economici per le élite libanesi, a spese delle politiche economiche destinate a una popolazione più ampia». In altre parole: i leader libanesi non hanno mai mostrato interesse ad attuare le riforme di cui il paese aveva bisogno, perché avrebbe significato indebolire il loro potere.

Lo si è visto anche in questo ultimo, difficilissimo anno. In teoria il governo libanese si era dimesso dopo l’esplosione nel porto di Beirut; di fatto è ancora in carica per gli affari correnti perché il primo ministro Saad Hariri e il presidente del paese Michel Aoun non riescono a mettersi d’accordo sulla spartizione dei ministeri.

La situazione potrebbe sbloccarsi con nuovi aiuti dall’estero o un prestito del Fondo Monetario Internazionale, che però è sempre più scettico sulle capacità della classe dirigente libanese di mantenere le promesse e ripagare i debiti. La crisi del 2019 è stata provocata da una specie di bolla speculativa alimentata dalla banca centrale, che però nel frattempo non è stata nemmeno sfiorata da una riforma.

«Qualsiasi situazione che possiamo proporre va contro gli interessi della classe dirigente», ha spiegato ad Al Jazeera Marc Ayoub, un ricercatore che si occupa di sicurezza ed energia per l’Università Americana di Beirut: «Vogliamo che smettano di beneficiare di una cosa da cui traggono benefici da vent’anni».

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