“Il Luogo Più Pericoloso” l’arte ai tempi del Covid dall’installazione all’azione

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Il prossimo 25 Novembre è la giornata contro la violenza femminile, nel 1999 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato questa data come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e ha invitato governi, organizzazioni internazionali e ONG a organizzare in quel giorno attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica su una delle più devastanti violazioni dei diritti umani ancora molto diffusa.

Sono molte le iniziative che ogni anno vengono messe in atto, vogliamo raccontare ai nostri lettori un progetto Il luogo più pericoloso, ideato da Silvia Levenson e Natalia Saurin.

il luogo piu pericoloso levenson saurin

Incontriamo Silvia Levenson per comprendere come nasce Il luogo più pericoloso.

Silvia, come nasce questo progetto?

La violenza di genere e le tensioni domestiche sono argomenti che io e Natalia abbiamo toccato, naturalmente da diversi punti di vista. Nella nostra ricerca abbiamo letto diversi rapporti, fra cui uno delle Nazione Unite del 2018, dove si evidenzia che “Il luogo più pericoloso per donne e ragazze in tutto il mondo è la casa” e i numeri sono spaventosi: circa 50.000 donne e ragazze uccise ogni anno per femminicidio.

Così è nata l’idea di riportare allo spazio domestico (utilizzando i piatti di cucina) le frasi che i media usano per raccontare queste violenze e i luoghi comuni orribili presenti nella nostra società. Stiamo parlando di una guerra che si consuma sotto i nostri occhi senza divise o strategie militari.

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Abbiamo prodotto delle decalcomanie per ceramica con le frasi che poi sono state cotte nei forni di ceramica e abbiamo creato 120 piatti che rappresentano le donne uccise per femminicidio in Italia nel 2018, convinte di fare qualcosa insieme che possa avere un eco non solo nel mondo dell’arte ma nella nostra società.

Madre e figlia, insieme per un importante iniziativa. Com’è il vostro rapporto?

Con Natalia abbiamo un rapporto non solo famigliare, dal momento che siamo madre e figlia, ma di intensa collaborazione e rispetto in quanto artiste.


Rappresentiamo due generazioni diverse e siamo abituate a discutere e scambiarci opinioni sull’arte in un rapporto paritario.

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Il 25 novembre il cortile di Palazzo Reale avrebbe dovuto ospitare l’installazione, a cura di Antonella Mazza.L’evento, inserito nel Palinsesto I Talenti delle Donne 2020, a causa delle restrizioni dovute all’emergenza sanitaria non può avere luogo ed è stato trasformato in un’azione tra Palazzo Reale e Piazza Duomo, per la ferma volontà delle artiste e della curatrice di denunciare le violenze sulle donne avvenute durante il lockdown.

Ne è nata una sequenza di fotografie di donne che hanno dato vita all’opera, con i volti coperti dalle mascherine che Silvia Levenson ha progettato con il suo simbolo dell’amore pericoloso per #sinergie: una mascherina per dar voce alle donne ‘imbavagliate’ dell’Associazione ‘Non sei sola. Uscire dal silenzio. Contro la violenza’ di Biella.

Che obiettivo vi siete poste?

L’intento è far parlare di questa emergenza umanitaria e sottolineare la comunicazione distorta e misogina legata alla divulgazione delle notizie delle violenze, che colpevolizzano la vittima, causando un gravissimo equivoco culturale, tanto antico quanto diffuso ed attuale.

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Le foto di Marco Del Comune ritraggono me e Natalia, con altre donne e con i loro piatti. L’opera “Il luogo più pericoloso” consiste infatti in piatti da cucina di uso quotidiano, in ceramica, decorati con frasi estrapolate dai media per minimizzare episodi di cronaca legati alla violenza o usate dal violento per motivare il suo gesto, che testimoniano la guerra troppo spesso consumata all’interno delle mura domestiche.

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La violenza domestica è qualcosa di incredibile eppure il problema è davvero ampio.

La famiglia è spesso equiparata a un santuario, un luogo in cui le persone cercano amore, sicurezza e protezione. Ma l’evidenza mostra che non è sempre così.

Sembra che non c’entri l’età, la condizione economica, il livello scolastico, se siamo al primo, secondo o terzo mondo. Le donne sono state uccise non da estrani o dall’uomo nero ma da persone con le quali hanno condiviso in qualche modo un progetto di vita.

La violenza domestica talvolta scatta apparentemente per un nonnulla, le tensioni esplodono anche se ci sforziamo per tenerle eroicamente sotto controllo. Queste situazioni le conosco molto bene e sono presenti in tanti dei miei primi lavori. Gli oggetti di uso quotidiano: forbici, coltelli, mannaie, pentole, possono diventare corpi di reato in pochi minuti. I coltelli trasparenti che fluttuano sopra di noi sono una minaccia quasi invisibile, come le bombe a mano rosa confetto che ci descrivono la casa come un campo di battaglia.

Come artista, non intendo guardare dall’altra parte, quando migliaia di persone vengono uccise e maltrattate nel mondo, solo per il fatto di essere donne. Non dimenticare le vittime, svelare i meccanismi malati di ciò che chiamiamo “normalità” può essere un inizio.

L’arte come strumento di salvezza?

So che difficilmente l’arte potrà cambiare la società, ma sono convinta che oltre a essere un’esperienza estetica, l’arte può contribuire a trasformare lo sguardo di chi osserva e a mettere in discussione le proprie certezze.

photo credit Marco Del Comune