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La Cina vuole impedire la veglia per la strage di Piazza Tienanmen a Hong Kong

Venerdì la polizia Hong Kong ha mobilitato più di 7mila agenti per impedire l’annuale veglia di commemorazione delle proteste e della strage di piazza Tienanmen, che fu compiuta a Pechino dal regime comunista tra il 3 e il 4 giugno del 1989. In Cina l’anniversario della strage non viene mai ricordato o celebrato ufficialmente, ma non era così a Hong Kong: fino a poco tempo fa la città godeva di grande autonomia e libertà per via del suo statuto speciale, la veglia era permessa e attirava decine o centinaia di migliaia di persone. Nell’ultimo anno però le cose sono cambiate parecchio e l’autonomia di Hong Kong è stata largamente ridotta, e quest’anno il governo cinese sembra deciso a vietare la manifestazione.

Come ogni 4 giugno, in Cina il governo cinese censura ogni riferimento agli eventi di Tienanmen, in cui centinaia di manifestanti che chiedevano riforme democratiche furono uccisi dall’esercito cinese su ordine del governo. La censura viene rafforzata in particolare su internet, mentre la piazza di Pechino dove si svolse la strage viene chiusa al transito. Da più di trent’anni, però, la manifestazione per l’anniversario della strage al Victoria Park di Hong Kong era un simbolo dell’attivismo in favore della democrazia e delle libertà nel paese: per dare l’idea, nel 2020 la veglia di Hong Kong era stata vietata per motivi legati alla pandemia da coronavirus, ma diverse migliaia di persone si erano presentate comunque per parteciparvi.

Anche quest’anno il governo cinese ha vietato la manifestazione citando sempre la pandemia da coronavirus, ma oltre ad aver dispiegato migliaia di agenti, la polizia di Hong Kong ha anche arrestato l’avvocata e attivista Chow Hang Tung, una delle organizzatrici della manifestazione, accusata di aver promosso un ritrovo non autorizzato.

Tutto sembra indicare che la Cina voglia censurare le manifestazioni in ricordo della strage anche a Hong Kong, un territorio autonomo dove nell’ultimo anno il governo cinese ha rafforzato il controllo e iniziato a reprimere con violenza e in maniera sistematica l’opposizione.

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Nel giugno del 2020 la Cina ha approvato una controversa legge sulla sicurezza nazionale, con cui ha tolto molte autonomie alla regione amministrativa speciale di Hong Kong, dove da circa un anno andavano avanti grandi proteste per chiedere più democrazia. Nel giro dell’ultimo anno, inoltre, moltissimi attivisti pro-democrazia di Hong Kong sono stati arrestati: uno di questi è l’editore Jimmy Lai, che una settimana fa è stato condannato a 14 mesi di carcere per aver partecipato nell’ottobre del 2019 a una manifestazione non autorizzata in favore della democrazia (Lai stava già scontando una pena di 14 mesi per aver partecipato a due manifestazioni simili il 18 e il 31 agosto dell’anno scorso).

L’attivista Sunny Cheung, che è in esilio dalla Cina, ha detto a Reuters che la veglia «definisce» Hong Kong come «l’unico bastione di libertà e verità sotto il governo cinese», e che l’impegno per ricordare la strage di Tienanmen è «una battaglia contro l’oblio». Diversi attivisti hanno incoraggiato i residenti ad accendere una candela vicino alle finestre o a postare un messaggio di commemorazione sui social network; altri si sono coordinati per accendere una sigaretta alle 20 di stasera in ricordo degli eventi.

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Le proteste in Cina erano iniziate il 15 aprile del 1989, dopo la morte del segretario del Partito comunista cinese Hu Yaobang, considerato un riformatore liberale. Circa 500mila studenti, intellettuali e operai marciarono fino alla piazza principale di Pechino per chiedere maggiori libertà politiche, libertà di stampa, riforme economiche e la fine della corruzione nel paese.

Inizialmente il governo si dimostrò incerto se dialogare o meno con i manifestanti, che erano decisi a occupare la piazza fino a quando le loro richieste non fossero state soddisfatte. Quando il 13 maggio alcuni studenti iniziarono uno sciopero della fame le proteste ripresero vigore e conquistarono nuovi sostenitori in tutto il paese. Il 20 maggio il governo impose la legge marziale nel paese, e nella notte tra il 3 e il 4 giugno i convogli dell’esercito entrarono a Pechino: attorno alle 4:30 del mattino l’esercito iniziò a sparare contro i civili, mentre i carri armati travolgevano barricate e manifestanti. Alle 5:40 la piazza era stata sgomberata.

Il numero dei civili uccisi nella strage non è mai stato stabilito: secondo il governo morirono circa 300 persone, mentre secondo i familiari le persone uccise furono almeno 3mila. L’episodio più famoso e riprodotto delle proteste fu quello del manifestante – la cui identità è rimasta ignota – che bloccò disarmato una colonna di carri armati cinesi sulla piazza.

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