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La Groenlandia deve decidere che fare di una montagna piena di metalli rari e uranio

Il 6 aprile in Groenlandia si voterà per eleggere un nuovo parlamento e un nuovo governo. Nonostante la Groenlandia sia un territorio isolato con poco più di 56mila abitanti e, seppur con molte autonomie, parte della Danimarca, il risultato delle elezioni potrebbe avere conseguenze ben al di là dei confini groenlandesi, e interessare le economia di diversi paesi del mondo a partire da quella cinese.

Il prossimo governo groenlandese dovrà decidere infatti se permettere o meno lo sfruttamento minerario del monte Kuannersuit, che secondo una stima del think-tank Polar Research and Policy Initiative sarebbe «il secondo più grande giacimento di metalli rari al mondo, e la quinta più grande riserva di uranio». La decisione potrebbe influenzare anche la gestione futura delle altre risorse minerarie del territorio.

La Groenlandia è l’isola più grande del mondo: sui planisferi sembra più grande di quello che è per via delle distorsioni create dalla rappresentazione di Mercatore, ma ha comunque una superficie molto vasta, maggiore di quella dell’Arabia Saudita. Non ha ferrovie, ha poche strade e un unico aeroporto internazionale, Kangerlussuaq, dove spesso non si può atterrare per via dei danni fatti dal permafrost alla pista.

Non è semplice costruire infrastrutture sull’isola, perché circa l’80 per cento del suo territorio è coperto dal ghiaccio per tutto l’anno.

A causa del sempre maggiore scioglimento dei ghiacci, provocato dal riscaldamento globale, le cose però potrebbero cambiare e potrebbe diventare più facile sfruttare le grandi risorse minerarie dell’isola. La Groenlandia possiede infatti giacimenti di ferro, uranio, alluminio, rame e metalli rari, quei materiali che si trovano in alte concentrazioni solo in alcuni punti della Terra e che sono fondamentali per l’economia contemporanea, dato che si usano per fare smartphone, batterie, impianti di fibra ottica, ma anche turbine eoliche e automobili elettriche.

Barche nel porto di Nuuk, il 25 marzo 2021; Nuuk ha meno di 15mila abitanti (EPA/Christian Klindt Soelbeck, ANSA)

Attualmente la Cina è il principale esportatore di questi materiali perché possiede la stragrande maggioranza dei giacimenti in cui si trovano (il secondo paese che ne ha di più è il Vietnam), mentre gli Stati Uniti importano la maggior parte di quelli che usano.

La decisione del prossimo governo groenlandese riguarderà anche le società straniere che vorrebbero estrarre e vendere i minerali della Groenlandia, oltre che i paesi che stringendo legami economici con il territorio vorrebbero aumentare la loro influenza nell’Artico, una regione che sempre per il cambiamento climatico diventerà più rilevante per i commerci.

Le elezioni del 6 aprile sono elezioni anticipate e sono state indette per via di un dibattito che riguarda proprio il monte Kuannersuit (che viene chiamato anche Kvanefjeld, il nome in danese): secondo parte dei groenlandesi, il monte non dovrebbe diventare un sito di estrazione mineraria perché tra i materiali che contiene c’è anche l’uranio, spesso mescolato ai metalli rari, che è radioattivo. I gruppi ambientalisti temono che lo sviluppo minerario possa avere conseguenze negative sull’ambiente.

Il monte Kuannersuit dista meno di 10 chilometri dalla cittadina di Narsaq, che con i suoi 1.300 abitanti è la nona località più popolosa della Groenlandia. A Narsaq molti sono contrari al progetto di costruire una diga che dovrebbe tenere separati i centri abitati dai detriti radioattivi che sarebbero prodotti dalle attività minerarie.

Lo scorso settembre il Siumut, cioè il principale partito di governo, di centrosinistra, aveva fatto ottenere alla società australiana Greenland Minerals un’autorizzazione preliminare per la realizzazione di una miniera: la Greenland Minerals conduce dal 2007 studi preliminari per lo sfruttamento dei giacimenti del monte Kuannersuit. Tuttavia, prima che cominciassero le consultazioni con le parti sociali di Narsaq necessarie all’autorizzazione definitiva, il Siumut aveva cambiato leader, e con lui anche la posizione sullo sfruttamento minerario: il nuovo capo del partito, Erik Jensen, è sembrato fin da subito più attento alle preoccupazioni di chi vive nel sud della Groenlandia, vicino alla montagna.

A febbraio, il disaccordo all’interno del Siumut ha spinto i Democratici, un piccolo partito di centrodestra suo alleato, a fare cadere il governo. Nel frattempo molti groenlandesi hanno cominciato a protestare contro il progetto di sfruttamento del sito di Kuannersuit e alcuni ministri hanno ricevuto minacce di morte anonime.

L’economia delle piccole comunità del sud della Groenlandia si basa principalmente sulla pesca e i pescatori temono che le polveri prodotte dalle attività minerarie possano inquinare il mare e l’acqua potabile.

I sondaggi sulle elezioni non sembrano favorevoli per la Greenland Minerals: la forza politica con il maggiore consenso attualmente è la Comunità Inuit (Inuit Ataqatigiit), un partito indipendentista che non è contrario allo sfruttamento delle risorse minerarie della Groenlandia in generale, ma a quelle del monte Kuannersuit sì. Se la Comunità Inuit guiderà il prossimo governo, è possibile che il progetto sia vietato o posticipato.

Membri del partito Inuit Ataqatigiit offrono caffè e zuppa a potenziali elettori lungo una strada di Nuuk, il 25 marzo 2021 (EPA/Christian Klindt Soelbeck, ANSA)

Le eventuali conseguenze della scelta politica dei groenlandesi avranno delle ripercussioni anche sulla Cina. Tra gli azionisti di Greenland Minerals c’è anche Shenghe Resources, una delle più grandi società cinesi che si occupano di metalli rari. La Shenghe Resources possiede un decimo di Greenland Minerals e ha stretti legami con lo stato cinese.

L’attuale ministro delle Risorse della Groenlandia, Vittus Qujaukitsoq, ha invitato i groenlandesi a scegliere chi votare tenendo conto delle conseguenze che potrebbe avere lo spaventare le società straniere interessate a investire nello sviluppo del settore minerario nel territorio: «La nostra credibilità è a rischio».

– Leggi anche: L’Unione Europea dovrebbe farsi amica la Groenlandia

In Groenlandia lo sviluppo del settore minerario è al centro del dibattito politico da anni perché l’economia dell’isola si regge sulla pesca (le esportazioni groenlandesi attualmente sono per il 95 per cento prodotti ittici), su un limitato settore turistico (andato in crisi con la pandemia da coronavirus, come nel resto del mondo) e sul sostegno finanziario della Danimarca, che ogni anno dà al suo territorio autonomo quasi 500 milioni di euro che coprono circa la metà del bilancio statale groenlandese.

Per chiedere la completa indipendenza politica dalla Danimarca, la Groenlandia dovrebbe prima riuscire a diventare indipendente dal punto di vista economico: per questo lo sviluppo del settore minerario, una rara opportunità per diversificare l’economia locale, è fondamentale per i groenlandesi, compresi i membri della Comunità Inuit.

Un cartello elettorale del partito Naleraq in una strada di Nuuk, il 25 marzo 2021 (EPA/Christian Klindt Soelbeck, La Presse)

Dato che l’intervento di investitori stranieri è indispensabile per avviare lo sfruttamento delle risorse minerarie, l’altro grosso tema della politica groenlandese è come gestire l’influenza di paesi stranieri: si parla in particolare degli Stati Uniti, che sull’isola hanno la loro base militare attrezzata per il lancio di missili balistici più settentrionale, e della Cina.

La Groenlandia vuole evitare di diventare troppo dipendente da società straniere: per questo tra le condizioni imposte alle compagnie minerarie interessate a investire sull’isola c’è l’impegno a creare i massimi vantaggi socioeconomici per la popolazione locale.

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La baia di Nuuk, il 25 marzo 2021 (Christian Klindt Soelbeck/Ritzau Scanpix via AP, La Presse)

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