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La guerra più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti finirà l’11 settembre?

Il presidente statunitense Joe Biden ha stabilito una nuova data per il ritiro completo dei soldati americani dall’Afghanistan, l’11 settembre 2021, giorno che dovrebbe mettere fine alla guerra più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti nella loro storia: quella contro i talebani. Biden annuncerà formalmente la notizia mercoledì, ma la decisione è già stata presa, anticipata dal Washington Post e poi data come definitiva da tutti i media americani. Ufficialmente in Afghanistan ci sono ancora 2.500 soldati americani, anche se è un numero soggetto a molte variazioni (oggi ci sono un migliaio di soldati in più), a cui vanno aggiunti 7mila militari di altri paesi, per lo più truppe della NATO.

Il ritiro dei soldati americani dall’Afghanistan è un tema dibattuto da molti anni negli Stati Uniti, e particolarmente divisivo.

Sia Barack Obama che Donald Trump avevano promesso di riportare le truppe in patria durante i loro mandati, ma i continui attacchi dei talebani e le preoccupazioni per la stabilità del governo afghano avevano spinto i due presidenti a rimandare la decisione. Trump aveva infine stabilito che il ritiro sarebbe stato completato entro il primo maggio 2021. La data era stata inclusa anche nell’accordo di pace raggiunto a febbraio 2020 tra Stati Uniti e talebani, ma c’erano diversi dubbi sul fatto che venisse effettivamente rispettata, sia per la volatilità dimostrata da Trump in politica estera negli ultimi quattro anni, sia perché Biden aveva già detto che sarebbe stato molto difficile muoversi così rapidamente.

Il nuovo termine fissato da Biden – da sempre piuttosto scettico sulla prolungata presenza delle truppe americane in Afghanistan – coincide con il ventesimo anniversario degli attacchi terroristici dell’11 settembre compiuti da al Qaida a New York e Washington, i più gravi mai subiti dagli Stati Uniti, in cui furono uccise quasi 3mila persone. Dopo gli attentati, l’allora amministrazione repubblicana di George W. Bush decise di rispondere ad al Qaida attaccando il regime dei talebani in Afghanistan, accusato di avere fornito protezione e appoggio all’organizzazione terroristica allora guidata da Osama bin Laden. Il regime fu rovesciato velocemente, ma i talebani non furono sconfitti.

Nel corso degli anni la guerra cambiò, si espanse e divenne qualcosa di diverso dall’iniziale missione antiterrorismo: le truppe americane furono incaricate di favorire un processo di “nation-building” (costruzione di uno stato nazionale), democratizzazione e introduzione dei diritti per le donne, che erano stati estremamente limitati durante il regime talebano. Il processo non portò però ai risultati sperati, per molte ragioni, i talebani si rafforzarono e a partire dal 2009 i soldati stranieri in Afghanistan tornarono a essere così tanti da far sembrare la missione una specie di seconda invasione.

Nel febbraio 2020 Stati Uniti e talebani avevano raggiunto un accordo che prevedeva tra le altre cose la fine degli attacchi talebani e la rassicurazione che l’Afghanistan non sarebbe stato più usato come rifugio per i gruppi terroristici, in cambio del ritiro completo degli Stati Uniti dall’Afghanistan. L’accordo, violato già diverse volte, ha preceduto negoziati di pace tra talebani e governo afghano, che però stanno andando avanti con estrema lentezza e fatica, e potrebbero naufragare nel prossimo futuro.

– Leggi anche: Le 60 parole dietro le guerre degli Stati Uniti degli ultimi 20 anni

Diversi membri del Congresso hanno accusato Biden di avere preso una decisione irresponsabile, non basata sulla reale situazione bellica, che negli ultimi anni ha visto una progressiva avanzata dei talebani in diverse zone dell’Afghanistan.

Il rischio, sostengono i critici, è che il ritiro dei soldati americani spinga i talebani a violare gli accordi presi e provocare il collasso definitivo del governo di Kabul. Chi critica Biden cita un precedente, assai dibattuto negli ultimi anni: sostiene che il ritiro delle truppe con incarichi di combattimento dall’Iraq deciso nel 2011 dall’allora governo Obama creò le condizioni per la crescita dello Stato Islamico, che da lì a poco tempo sarebbe arrivato a controllare grosse parti del territorio siriano e iracheno. Uno scenario simile, dicono i critici, potrebbe verificarsi di nuovo in Afghanistan con i talebani.

Altri sostengono invece che siano già passati dieci anni dall’uccisione di bin Laden, il leader di al Qaida che ideò e progettò gli attentati dell’11 settembre, e che sia arrivato il momento per gli Stati Uniti di concentrare le proprie energie e risorse in altri obiettivi di politica estera. Nel decidere una data definitiva per il ritiro, Biden ha stabilito che al Qaida e i gruppi suoi affiliati non rappresentano più una minaccia al territorio statunitense, e secondo alcuni osservatori, tra cui il negoziatore afghano Nader Nadery, si creerà uno «spazio essenziale» che i talebani potranno usare per «mostrare la loro buona volontà nel raggiungere la pace e un accordo sull’assetto politico» futuro del paese.

Il governo americano ha detto che alcuni soldati rimarranno in Afghanistan per proteggere il personale diplomatico, una pratica standard. I soldati che verranno ritirati, ha deciso Biden, verranno mandati in altre zone dell’Asia, così da permettere al governo americano di esercitare in futuro un minimo controllo sull’Afghanistan, anche attraverso la raccolta di informazioni di intelligence.

Dal 2001 ad oggi circa 2.400 soldati americani sono stati uccisi nella guerra in Afghanistan, che è costata più di 2mila miliardi di dollari. I talebani avevano detto che avrebbero attaccato le truppe statunitensi se queste non avessero rispettato l’accordo di febbraio 2020 che prevedeva il ritiro completo entro maggio 2021. Ad oggi non è chiaro cosa faranno i talebani.

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