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La visita di Draghi in Libia

La prima visita di stato di Mario Draghi è iniziata martedì mattina in Libia, dove il presidente del Consiglio, assieme al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ha incontrato Abdul Hamid Dbeibah, il primo ministro ad interim del governo di transizione nato pochi mesi fa grazie all’intervento dell’ONU, dopo lunghi e complicati negoziati.

La visita è uno dei primi atti significativi di politica estera di Draghi — probabilmente il primo non legato alla pandemia da coronavirus —, e il fatto che sia stata scelta la Libia è notevole: l’Italia considera i rapporti economici e politici con la Libia come uno dei suoi interessi strategici, e da tempo sta cercando di recuperare la sua influenza nel paese, che si è andata affievolendo in dieci anni di divisioni politiche e scontri armati. Anche per questo, è previsto che Draghi e Dbeibah parlino soprattutto di economia, e di progetti per il rilancio della Libia a cui l’Italia intende dare il suo contributo.

Tra questi, la ricostruzione dell’aeroporto di Tripoli, da alcuni anni semidistrutto e in gran parte inattivo, che dovrebbe essere affidata al consorzio di aziende italiane Aeneas (il consorzio avrebbe dovuto cominciare la ricostruzione tre anni fa, ma l’opera fu interrotta dalla guerra civile) e il sostegno alla costruzione di una lunghissima autostrada costiera che dovrebbe attraversare il paese e collegare il confine egiziano a quello tunisino (la costruzione dell’autostrada fu promessa da Silvio Berlusconi all’allora dittatore Muhammar Gheddafi ma fu realizzata solo in piccola parte).

Dovrebbero essere stretti inoltre vari accordi per il settore energetico – la Libia è uno dei principali paesi esportatori di petrolio, e l’italiana ENI ha sempre avuto un ruolo importante che negli ultimi anni è stato insidiato soprattutto dalla Turchia – oltre che per quello sanitario: l’Italia ha promesso alla Libia aiuti e forniture per affrontare la pandemia da coronavirus.

I due leader dovrebbero parlare anche di immigrazione, e della gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo, per i quali la Libia ha ricevuto centinaia di milioni di euro in finanziamenti e mezzi — senza contare l’addestramento di personale — dall’Italia e dall’Unione Europea, con esiti quanto meno discutibili. Nelle prossime settimane, come ha scritto Avvenire, il parlamento italiano dovrà votare per il rifinanziamento delle attività in Libia.

Draghi non è l’unico leader internazionale atteso in Libia in questi giorni: domenica Dbeibah ha accolto Charles Michel, il presidente del Consiglio europeo, mentre lunedì ha fatto visita Robert Abela, il primo ministro di Malta. Dopo la visita di Draghi, martedì Dbeibah vedrà Kyriacos Mitsotakis, il primo ministro della Grecia, che parteciperà alla riapertura dell’ambasciata greca di Tripoli, chiusa a causa della guerra civile. A Tripoli hanno fatto visita anche moltissimi ministri degli Esteri europei, tra cui Di Maio, a fine marzo.

Nelle ultime settimane inoltre numerosi paesi europei hanno riaperto le loro ambasciate a Tripoli, chiuse a causa della guerra civile: tra questi la Francia, che ha riaperto la settimana scorsa. L’ambasciata italiana invece è sempre rimasta aperta, e potrebbe riaprire a breve anche il consolato di Bengasi, anche se non ci sono conferme ufficiali.

La ripresa dell’attività diplomatica in Libia è sintomo del fatto che la comunità internazionale spera che il governo di Dbeibah sia in grado di riportare un po’ di stabilità nel paese, dopo dieci anni di scontri: per questo, tutti i governi che hanno un interesse nel Mediterraneo stanno cercando di accreditarsi presso il nuovo governo.

A partire dal 2014 la Libia è stata divisa in due: a occidente il governo di Fayez al Serraj, riconosciuto a livello internazionale e basato a Tripoli, a oriente il governo del maresciallo Khalifa Haftar. Tra i due governi, sostenuti da vari sponsor internazionali (Turchia per Serraj, Egitto, Russia ed Emirati Arabi Uniti per Haftar) si era creato uno stallo che Haftar aveva cercato di rompere nell’aprile del 2019, con un’operazione militare per conquistare Tripoli. Dopo un assedio di 14 mesi, l’operazione militare di Haftar si era conclusa in un fallimento, soprattutto per via dell’intervento della Turchia a favore di Tripoli, e il maresciallo era stato costretto a ritirarsi.

Nell’ottobre 2020, a Ginevra, le due parti avevano firmato un cessate il fuoco — che è stato rispettato soltanto in parte — e a novembre, a Tunisi, era cominciato un lungo negoziato di pace patrocinato dall’ONU, a cui avevano partecipato 75 rappresentanti libici, riuniti nel Forum di dialogo politico per la Libia. Il Forum (nel frattempo trasferito a Ginevra) aveva trovato un accordo a inizio anno: sarebbe stato nominato un governo transitorio e di unità nazionale, per portare il paese alle elezioni previste il 24 dicembre 2021.

– Leggi anche: La Libia ha un nuovo governo di transizione

I leader del governo ad interim erano stati eletti a febbraio dai 75 membri del Forum, con una votazione a maggioranza: dopo la piccola elezione, era stato nominato un comitato presidenziale formato da tre persone e guidato da Mohammed al Menfi, un ex diplomatico e presidente del Forum, mentre come primo ministro era stato scelto Dbeibah. La nomina di Dbeibah, un ricco imprenditore, era stata una sorpresa, e i suoi avversari lo avevano accusato di aver pagato alcuni membri del Forum in cambio del loro voto.

Per un mese, Dbeibah aveva tenuto negoziati intensi.Il 10 marzo ha presentato al parlamento di Tripoli un nuovo governo in cui sono rappresentate tutte le numerosissime fazioni attive in Libia, ricevendo una fiducia quasi unanime. Sorprendentemente, anche tutte le potenze straniere che hanno sostenuto le varie parti del conflitto sembrano essere favorevoli al nuovo governo: Recep Tayyip Erdogan, il presidente della Turchia, si è congratulato con Dbeibah, mentre Abdel Fattah al Sisi, il presidente dell’Egitto, l’ha già ospitato al Cairo per una visita ufficiale. Dbeibah ha anche ricevuto un invito a Parigi dal presidente francese Emmanuel Macron.

Come hanno spiegato gli analisti internazionali, il nuovo governo non ha ancora risolto nessuno dei problemi strutturali della Libia: Haftar è ancora attivo nell’oriente del paese e ha un forte seguito militare, così come le numerose milizie armate che hanno sostenuto in questi anni il governo di Tripoli. Inoltre, sono ancora presenti sul terreno i gruppi di mercenari inviati durante le fasi più dure del conflitto dalle potenze straniere, in particolare Turchia e Russia.

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