Laura Davì, i nuovi linguaggi della fotografia

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È la figura che sta dietro il successo di molti fotografi.


Laura Davì, photo editor, accompagna, stimola, sceglie, prende per mano. Ispirandosi al metodo di Bruno Munari per il guardare, e a quello di Gianni Rodari per l’uso delle parole, Laura Davì conduce i fotografi verso nuovi linguaggi dell’editing.


Nel 2019 e nel 2020 ha portato due suoi autori a vincere il Premio Canon Giovani Fotografi, il cui obiettivo è di scoprire e riconoscere sperimentazioni e nuove modalità espressive dei giovani fotografi italiani.




“Il mio è un lavoro carsico. Un lavoro sotterraneo, quasi invisibile, dietro le quinte. Essere photo editor per me è accompagnare il percorso dei fotografi a esprimersi al meglio, a trovare un senso profondo, la forma più adatta, gli sbocchi possibili. È stare un passo indietro i successi ma esserne parte importante. A volte però il lavoro carsico emerge: una sorgente di acqua pura, uno zampillo freschissimo. Davide Bertuccio e Federico Vespignani hanno permesso al mio lavoro di venire alla luce. Sono felicissima e molto orgogliosa. Due autori in due anni che ottengono il primo posto a questo premio sono il riconoscimento della bontà del mio impegno e del loro grandissimo talento.”




Laura Davì ha iniziato a lavorare nell’editoria nei primi anni Novanta, è giornalista professionista e lavora come photo editor indipendente da molti anni. “Indipendente che mi piace molto di più di free lance!”, sottolinea. L’esperienza nell’editoria la porta a conoscere bene il mondo dei magazine, ma la curiosità l’ha portata verso la fotografia che più si avvicina all’arte, soprattutto grazie all’incontro con il critico e docente all’Accademia di Brera e di Bologna, Luca Panaro, con il quale ha stretto un sodalizio lavorativo che porterà tra le altre cose alla mostra Nello Spazio Fa Freddo a Milano presso Chippendale Studio, il progetto didattico sull’arte contemporanea ideato da Panaro (inaugurazione 7 ottobre 2020).




Quella del photo editor è una professione complessa e articolata che non si può improvvisare e che richiede grande cultura visiva, conoscenza della storia così come della fotografia contemporanea. Ci vuole una buona capacità di visione e di pre-visione. Dietro il successo c’è la sfida: partire dal pensiero e arrivare al progetto. Indagare le teste degli altri, portare lo sguardo oltre, a volte anche provocare per suscitare delle reazioni.


“Talvolta esagero, scelgo la provocazione per smuovere una impasse, per stimolare la ricerca di una qualità superiore. È un approccio usato anche nel mondo dello sport. Cerco di stimolare l’auto esigenza. Arrivano da me persone che per lo più hanno già ottime basi, anni di studio e grande preparazione. Il mio compito è di portarli al di là di ciò hanno già imparato, fuori da un approccio puramente intellettualistico o già inconsapevolmente standardizzato. La fiducia è la base del rapporto tra editor e fotografo; senza fiducia non si arriva da nessuna parte. È quella che porta ad accettare anche le mie critiche, che sono sempre argomentate e volte a costruire un progetto migliore”.

Spesso il rapporto diventa un cammino anche anagrafico. Laura Davì insegna anche educazione all’immagine ai giovanissimi nelle scuole. Qui i suoi studi di neuroscienze gettano i primi semi. “Una giovane studentessa, Ilaria Sponda, si è laureata a luglio 2020 con una tesi sul Visual Thinking, che è anche il mio soggetto di studio preferito. Ho conosciuto Ilaria quando ha frequentato un mio corso di Educazione all’immagine attraverso la fotografia rivolto ai teenager. L’ho seguita negli anni da Chippendale Studio dove ha realizzato il dummy photo book “of yourself first and only” che ora è approdato in galleria a Dublino mentre lei partecipa a mostre di fotografia contemporanea. Un’altra bella soddisfazione. Ilaria si rivolge al mondo dell’arte, Federico Vespignani e Davide Bertuccio a quello del reportage contemporaneo, Filippo Maria Nicoletti è più street, Diana Del Franco più concettuale, Valeria Gradizzi e Alessio Coser reportagisti puri, Luigi Mosca più artistico, Loredana Celano ha un occhio poetico sul mondo. Non importa il linguaggio che scelgono, quello che conta per me è la dialettica del confronto e la loro visione personale”.