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Le dure conseguenze per una città polacca dichiarata “libera dall’ideologia LGBT”

La città di Krasnik, nel sudest della Polonia, è tra quelle che due anni fa si proclamarono “libere dall’ideologia LGBT”, cioè che si impegnarono a tenere fuori dai propri confini “l’ideologia LGBT”, che secondo i conservatori locali minacciava i valori cristiani del paese. Oggi il sindaco di Krasnik, Wojciech Wilk, ha detto di essersi molto pentito di quella scelta: nonostante la dichiarazione fosse solo simbolica, nei mesi successivi la città aveva iniziato a subire le conseguenze concrete della sua decisione, tra cui la sospensione di finanziamenti provenienti dall’estero.

Wilk ora vorrebbe fare un passo indietro, e ritirare la dichiarazione: ha detto che quella decisione ha trasformato la sua città nello «zimbello d’Europa» e il nome di Krasnik in un «sinonimo di omofobia». Finora però non è riuscito nel suo intento, a causa dell’opposizione di altri politici locali e da molti abitanti del posto.

Krasnik, 32mila abitanti, si era proclamata “libera dall’ideologia LGBT” nel maggio 2019, accodandosi alla decisione di molte altre città polacche della sua regione. La dichiarazione era arrivata dopo che il consiglio cittadino locale aveva cercato di assecondare la parte di popolazione anziana più conservatrice, oltre che la più consistente.

A suo tempo la dichiarazione era sembrata poco più che formale e per lo più senza implicazioni pratiche. Invece già a febbraio del 2020 il sindaco della città francese Nogent-sur-Oise aveva deciso di interrompere la cooperazione con Krasnik per scambi culturali fra studenti; e a settembre la ministra degli Esteri norvegese, Ine Eriksen Soreide, aveva annunciato che il suo paese avrebbe tolto alcuni fondi a Krasnik e alle altre città che avevano fatto dichiarazioni simili: si trattava dei fondi EEA, cioè dei contributi versati annualmente da Norvegia, Islanda e Lichtenstein per ridurre le disparità sociali ed economiche all’interno dello Spazio Economico Europeo, di cui la Polonia è tra i principali beneficiari.

Per Krasnik la perdita era stata consistente (alcune stime dicono che la città avrebbe perso tra i 3 e i 10 milioni di euro). Secondo Wilk, quei finanziamenti sarebbero serviti per finanziare progetti sui giovani – i più contrari alla dichiarazione e la fascia di popolazione locale che negli ultimi anni ha lasciato di più la città per studiare o lavorare in altre zone del paese – e la costruzione di autobus elettrici.

Bart Staszewski, un attivista LGBT+ che all’inizio del 2020 in segno di protesta aveva portato cartelli con la scritta “zona libera dall’ideologia LGBT” in circa 40 città che si erano dichiarate “libere dall’ideologia LGBT” (AP Photo/ Przemysław Stefaniak)

Altre città polacche hanno avuto simili ripercussioni o potrebbero averne in futuro, visto che l’Unione Europea si è apertamente opposta alla loro scelta di dichiararsi “libere dall’ideologia LGBT”.

Dal 2019 in Polonia oltre 100 enti locali – tra comuni, distretti o altre suddivisioni territoriali – hanno approvato risoluzioni simili: in alcuni casi nella forma aggressiva di dichiarazioni “contro l’ideologia LGBT”, in altri in quella più mascherata di “Carte dei diritti della famiglia”, con intenti simili. Queste misure hanno avuto il sostegno del partito al governo, Diritto e Giustizia, di destra e di ispirazione conservatrice e clericale, che durante la campagna elettorale del 2019 aveva attaccato sistematicamente le persone omosessuali. Uno dei leader del partito, Jaroslaw Kaczynski, le aveva indicate come un nemico da «combattere per difendere la famiglia polacca».

A settembre del 2020 la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, aveva detto: «Le zone libere dall’ideologia LGBTIQ sono zone senza umanità. E non c’è spazio per loro nella nostra Unione Europea». Lo scorso marzo il Parlamento europeo aveva proclamato tutta l’Unione “zona di libertà LGBTIQ” e aveva apertamente sottolineato che si trattava di una presa di posizione verso i paesi che non garantiscono i diritti delle comunità LGBT+, citando Polonia e Ungheria.

– Leggi anche: L’articolo del New Yorker che fa discutere in Polonia

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