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Roberto Burioni, Bertrand Russel e le teiere Cinesi su Marte.

L’altra sera il microbiologo Roberto Burioni ha espresso i suoi dubbi sull’origine del Covid-19. Tutto sarebbe nato in laboratorio.

Alla puntata del 23 maggio di “Che Tempo Che Fa” è nuovamente intervenuto il Dott. Roberto Burioni [LINK], che nel merito delle riprese perplessità [LINK] sulla prima origine del Covid-19, con le ipotesi da egli stesso snocciolate:

  • virus creato in laboratorio e rilasciato volontariamente nell’ambiente;
  • rilascio accidentale del virus da un laboratorio;

ha argomentato, nell’ormai consueto appuntamento settimanale, una sua “lezione” molto pittoresca ma non troppo convincente…

Anzitutto va detto che la prima ipotesi proposta: quella dei c.d. «complottisti», ossia «che questo virus venga dalle manipolazioni volontarie di scienziati malvagi che vogliono distruggere l’umanità» è un’idea, certamente mutuata da un immaginario collettivo cinematografico catastrofista, in vero proposta per primo proprio dallo stesso Burioni – perché non se ne era mai sentito parlare prima – quindi quella che si vorrebbe «spazzare subito»… è una idea del medesimo virologo, che vorrebbe prima suggestionare e poi rassicurare dalla sua stessa suggestione.

Pertanto varrebbe la sua stessa soluzione proposta: «se si evita di dire queste sciocchezze meglio, perché diminuisce la confusione».

Passando alla seconda ipotesi, assodate le meccaniche di trasmissione animale (ormai intese da gran parte della popolazione anche inesperta in zoologia e/o epidemiologia), ed assunti anche i riferimenti storici forniti: dal morbillo del 1100 all’incidente di Birmingham nel 1978 sul vaiolo (che peraltro renderebbe ulteriormente vacillante la prima ipotesi), ed infine acquisite pure altre ovvietà quali che «l’uomo dal punto di vista del virus è un animale».

Ebbene, alla discussione del famoso virologo risultano mancanti alcuni elementi essenziali, peraltro già disponibili, in ordine alla costruzione di un ragionamento sì antidogmatico (come lo Stesso Burioni richieda) ma più completo sotto il profilo logico della investigazione scientifica.

– Che siano stati condotti degli esperimenti sul coronavirus in laboratori non troppo distanti dall’epicentro iniziale della pandemia è un fatto – che non necessita di alcun ulteriore elemento “probatorio” – che non può non essere assunto nella sua essenzialità: il rischio di un c.d. «rilascio accidentale» è stata una circostanza realmente occorsa ed il virus è stato effettivamente (e non ipoteticamente) manipolato.

– Bisognerebbe anche prendere in considerazione il tempo intercorso: l’ormai famoso reportage del “Tg3 Leonardo” di Daniele Cerrato e Maurizio Menicucci risale al 16.11.2015, mentre la pandemia è esplosa circa 4 anni dopo, pertanto bisognerebbe interrogarsi su cosa e come sia potuto accadere all’interno di tale considerevole arco temporale … che è ciò che lo stesso Burioni identifichi come «quello che ancora non sappiamo».

– Infine non bisogna trascurare l’elemento casuale accuratamente eluso dai virologi: visto il tempo intercorso e visto quanto poi occorso nella variabilità interumana del covid-19, sarebbe stato possibile, a seguito di un rilascio accidentale, produrre una catena di contagi a partire da una specie animale diversa dall’uomo, e conseguente spillover?

È chiaro che le risposte a queste ed alle altre domande necessarie a rispondere a quanto dallo stesso Burioni formulato, ossia «da dove viene questo virus che ha causato questa terribile pandemia?» non potranno non venire dalle più accurate indagini forensi: pertanto a portare le richieste “prove” devono essere gli scienziati stessi – e non altri – unitamente ad elementi di convincente giustificazione oltre che di disambiguazione: qual è quel «bene comune», quella «conoscenza che è utile per tutti», che quella sperimentazione Cinese ambiva conseguire?

A riguardo, un elemento di reale suggestione è proprio quello costituito dal servizio giornalistico del 2015 del Tg3, che testualmente ammoniva:

«… ne esce un supervirus che potrebbe colpire l’uomo, resta chiuso nei laboratori, ovvio, serve solo per motivi di studio, ma vale la pena correre il rischio? Creare una minaccia così grande solo per poterla esaminare? … il lavoro dei cinesi sulla SARS si riteneva non così pericoloso, secondo una parte del mondo scientifico infatti non lo è e le probabilità che il virus passi alla nostra specie sarebbero irrilevanti rispetto ai benefici: un ragionamento che molti altri esperti bocciano, primo perché il rapporto tra rischi e beneficio è difficile da valutare e poi perché, specie di questi tempi è più prudente non mettere in circolazione organismi che possano sfuggire o essere sottratti al controllo dei laboratori … ».

Il che rivela un ulteriore elemento irrinunciabile: quello delle responsabilità. Chiunque si voglia avventurare in sperimentazioni pericolose – se non vuole essere incluso nell’ipotetico gruppo Burioniano degli «scienziati malvagi che vogliono distruggere l’umanità» – dovrebbe anzitutto interrogarsi scrupolosamente sulla opportunità di tali studi e poi anche rendere conto alla comunità internazionale – non soltanto scientifica – perché è compito di chi opera fornire le prove della liceità, eticità ed utilità del proprio operato scientifico.

Alla luce di tutto ciò si può identificare una trattazione più pragmatica ed assai meno suggestiva: assai prima di asserire che «questo virus non è frutto di manipolazioni» gli scienziati Cinesi devono dire tutto – ma proprio tutto – sugli esperimenti condotti; per quanto riguardi l’Oms le verifiche sull’attività di un laboratorio o di un centro di ricerca non possono ridursi ad ispezioni di poche ore e devono alla fine fornire rendicontazioni attendibili.

Se tutto ciò, infine, serva o no a «dare la colpa a qualcuno» … dovrebbe deciderlo la comunità internazionale, in ragione del tributo di vite umane e del disastro socioeconomico che il covid-19 ha prodotto. Per quanto riguardi la Cina in particolare, certamente non dovrà dimostrare che c’è una teiera che orbita tra la terra e marte», ma altrettanto certamente dovrebbe pensare ad investire meglio i propri danari che in esperimenti alla Frankestein o in missioni spaziali, giusto caso – non me ne voglia né Roberto Burioni né Bertrand Russel – … proprio attorno a marte [LINK].

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L’altra sera il microbiologo Roberto Burioni ha espresso i suoi dubbi sull’origine del Covid-19. Tutto sarebbe nato in laboratorio.

Alla puntata del 23 maggio di “Che Tempo Che Fa” è nuovamente intervenuto il Dott. Roberto Burioni [LINK], che nel merito delle riprese perplessità [LINK] sulla prima origine del Covid-19, con le ipotesi da egli stesso snocciolate:

  • virus creato in laboratorio e rilasciato volontariamente nell’ambiente;
  • rilascio accidentale del virus da un laboratorio;

ha argomentato, nell’ormai consueto appuntamento settimanale, una sua “lezione” molto pittoresca ma non troppo convincente…

Anzitutto va detto che la prima ipotesi proposta: quella dei c.d. «complottisti», ossia «che questo virus venga dalle manipolazioni volontarie di scienziati malvagi che vogliono distruggere l’umanità» è un’idea, certamente mutuata da un immaginario collettivo cinematografico catastrofista, in vero proposta per primo proprio dallo stesso Burioni – perché non se ne era mai sentito parlare prima – quindi quella che si vorrebbe «spazzare subito»… è una idea del medesimo virologo, che vorrebbe prima suggestionare e poi rassicurare dalla sua stessa suggestione.

Pertanto varrebbe la sua stessa soluzione proposta: «se si evita di dire queste sciocchezze meglio, perché diminuisce la confusione».

Passando alla seconda ipotesi, assodate le meccaniche di trasmissione animale (ormai intese da gran parte della popolazione anche inesperta in zoologia e/o epidemiologia), ed assunti anche i riferimenti storici forniti: dal morbillo del 1100 all’incidente di Birmingham nel 1978 sul vaiolo (che peraltro renderebbe ulteriormente vacillante la prima ipotesi), ed infine acquisite pure altre ovvietà quali che «l’uomo dal punto di vista del virus è un animale».

Ebbene, alla discussione del famoso virologo risultano mancanti alcuni elementi essenziali, peraltro già disponibili, in ordine alla costruzione di un ragionamento sì antidogmatico (come lo Stesso Burioni richieda) ma più completo sotto il profilo logico della investigazione scientifica.

– Che siano stati condotti degli esperimenti sul coronavirus in laboratori non troppo distanti dall’epicentro iniziale della pandemia è un fatto – che non necessita di alcun ulteriore elemento “probatorio” – che non può non essere assunto nella sua essenzialità: il rischio di un c.d. «rilascio accidentale» è stata una circostanza realmente occorsa ed il virus è stato effettivamente (e non ipoteticamente) manipolato.

– Bisognerebbe anche prendere in considerazione il tempo intercorso: l’ormai famoso reportage del “Tg3 Leonardo” di Daniele Cerrato e Maurizio Menicucci risale al 16.11.2015, mentre la pandemia è esplosa circa 4 anni dopo, pertanto bisognerebbe interrogarsi su cosa e come sia potuto accadere all’interno di tale considerevole arco temporale … che è ciò che lo stesso Burioni identifichi come «quello che ancora non sappiamo».

– Infine non bisogna trascurare l’elemento casuale accuratamente eluso dai virologi: visto il tempo intercorso e visto quanto poi occorso nella variabilità interumana del covid-19, sarebbe stato possibile, a seguito di un rilascio accidentale, produrre una catena di contagi a partire da una specie animale diversa dall’uomo, e conseguente spillover?

È chiaro che le risposte a queste ed alle altre domande necessarie a rispondere a quanto dallo stesso Burioni formulato, ossia «da dove viene questo virus che ha causato questa terribile pandemia?» non potranno non venire dalle più accurate indagini forensi: pertanto a portare le richieste “prove” devono essere gli scienziati stessi – e non altri – unitamente ad elementi di convincente giustificazione oltre che di disambiguazione: qual è quel «bene comune», quella «conoscenza che è utile per tutti», che quella sperimentazione Cinese ambiva conseguire?

A riguardo, un elemento di reale suggestione è proprio quello costituito dal servizio giornalistico del 2015 del Tg3, che testualmente ammoniva:

«… ne esce un supervirus che potrebbe colpire l’uomo, resta chiuso nei laboratori, ovvio, serve solo per motivi di studio, ma vale la pena correre il rischio? Creare una minaccia così grande solo per poterla esaminare? … il lavoro dei cinesi sulla SARS si riteneva non così pericoloso, secondo una parte del mondo scientifico infatti non lo è e le probabilità che il virus passi alla nostra specie sarebbero irrilevanti rispetto ai benefici: un ragionamento che molti altri esperti bocciano, primo perché il rapporto tra rischi e beneficio è difficile da valutare e poi perché, specie di questi tempi è più prudente non mettere in circolazione organismi che possano sfuggire o essere sottratti al controllo dei laboratori … ».

Il che rivela un ulteriore elemento irrinunciabile: quello delle responsabilità. Chiunque si voglia avventurare in sperimentazioni pericolose – se non vuole essere incluso nell’ipotetico gruppo Burioniano degli «scienziati malvagi che vogliono distruggere l’umanità» – dovrebbe anzitutto interrogarsi scrupolosamente sulla opportunità di tali studi e poi anche rendere conto alla comunità internazionale – non soltanto scientifica – perché è compito di chi opera fornire le prove della liceità, eticità ed utilità del proprio operato scientifico.

Alla luce di tutto ciò si può identificare una trattazione più pragmatica ed assai meno suggestiva: assai prima di asserire che «questo virus non è frutto di manipolazioni» gli scienziati Cinesi devono dire tutto – ma proprio tutto – sugli esperimenti condotti; per quanto riguardi l’Oms le verifiche sull’attività di un laboratorio o di un centro di ricerca non possono ridursi ad ispezioni di poche ore e devono alla fine fornire rendicontazioni attendibili.

Se tutto ciò, infine, serva o no a «dare la colpa a qualcuno» … dovrebbe deciderlo la comunità internazionale, in ragione del tributo di vite umane e del disastro socioeconomico che il covid-19 ha prodotto. Per quanto riguardi la Cina in particolare, certamente non dovrà dimostrare che c’è una teiera che orbita tra la terra e marte», ma altrettanto certamente dovrebbe pensare ad investire meglio i propri danari che in esperimenti alla Frankestein o in missioni spaziali, giusto caso – non me ne voglia né Roberto Burioni né Bertrand Russel – … proprio attorno a marte [LINK].



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