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Somalia e Kenya litigano per un pezzo di oceano

Lunedì 15 marzo alla Corte internazionale di Giustizia, il principale organo giudiziario dell’ONU, che si trova all’Aia, nei Paesi Bassi, sono cominciate le udienze relative alla disputa per il controllo di una porzione dell’oceano Indiano rivendicata sia dalla Somalia che dal Kenya. La disputa riguarda in particolare la questione delle licenze per l’esplorazione dei giacimenti di idrocarburi nella zona, che entrambi i paesi rivendicano.

Negli anni Somalia e Kenya non hanno trovato un accordo su chi appartenga quest’area, che è ambita anche per i diritti di pesca, oltre che per l’estrazione di petrolio, e adesso l’ultima parola spetterà alla Corte internazionale di Giustizia. La situazione è particolarmente complessa. I legami diplomatici tra Somalia e Kenya erano già tesi e per via di questa disputa si sono ulteriormente irrigiditi.

La zona di competenza rivendicata da entrambi i paesi occupa un’area dell’oceano Indiano grande circa 100mila chilometri quadrati, più o meno come l’Islanda.

Secondo la Somalia, il confine marittimo dovrebbe seguire la stessa direzione della linea di confine che separa la Somalia dal Kenya nella parte sud-orientale del territorio somalo, e quindi procedere con una linea immaginaria che sia equidistante da entrambi i paesi, “tagliando” le acque verso sud-est; secondo il Kenya, che cita un decreto del 1979 firmato dall’allora presidente keniano Daniel Toroitich arap Moi, il confine marittimo seguirebbe invece un parallelo, e quindi visto su una mappa dovrebbe andare in orizzontale.

Le udienze alla Corte internazionale di Giustizia dovrebbero andare avanti fino al 24 marzo in forma mista (in presenza e a distanza) per via della pandemia da coronavirus. È prevista la presenza in aula di quattro persone per ciascuna parte: i giudici esamineranno soltanto documenti scritti forniti dal Kenya, perché il governo del paese si è rifiutato di dare testimonianze orali, sostenendo di non avere avuto abbastanza tempo per preparare il caso a causa dell’epidemia.

La Somalia aveva presentato il caso alla Corte internazionale di Giustizia nel 2014, dopo che le negoziazioni col Kenya per arrivare a un accordo erano fallite. Le udienze si sarebbero dovute tenere nel settembre del 2019, ma erano state rimandate di due mesi perché il Kenya aveva detto di avere bisogno di più tempo per coinvolgere un nuovo team legale; le udienze vennero nuovamente rimandate al giugno del 2020, sempre su richiesta del Kenya, e poi spostate al 2021 per via della pandemia.

Nel gennaio di quest’anno il Kenya aveva chiesto un’altra volta di rimandare le udienze sostenendo che non si trovasse più una mappa che conteneva informazioni cruciali e doveva essere presentata come prova, ma la Corte ha rifiutato di posticipare ulteriormente.

MULTIMEDIA: photos and videos of today’s hearing in the case concerning Maritime Delimitation in the Indian Ocean (#Somalia v. #Kenya) before the #ICJ are available here https://t.co/bQnQ6fQWsy pic.twitter.com/ftg3Caoly6

— CIJ_ICJ (@CIJ_ICJ) March 15, 2021

Entrambi i paesi aderiscono alla Convenzione ONU sui diritti del mare (UNCLOS), che stabilisce i diritti e gli obblighi degli stati costieri circa la gestione delle acque e delle risorse marine nei territori di loro competenza.

La decisione della Corte sarà particolarmente complessa perché dovrà stabilire i confini che delimitano sia il mare territoriale, ovvero l’area compresa tra la costa e le 12 miglia nautiche (circa 22 chilometri), in cui lo stato esercita una sovranità – cioè il diritto di esercitare pieni poteri –, sia la zona economica esclusiva, cioè la fascia di mare che si estende dalla costa fino a un massimo di 200 miglia nautiche (circa 370 chilometri), in cui la sovranità è limitata allo sfruttamento economico delle risorse.

Di norma, a meno che non ci siano specifici accordi tra gli stati, i confini marittimi vengono delimitati da una linea formata da punti equidistanti da entrambi i paesi coinvolti (linea mediana), come la linea di confine che rivendica la Somalia. La decisione con cui vengono stabilite le delimitazioni però può cambiare a seconda di altri parametri, per esempio la porzione di acque coinvolte oppure altre «circostanze rilevanti», ha spiegato Kai-Chieh Chan, ricercatore dell’Università Panthéon-Assas di Parigi.

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Uno degli aspetti più delicati della disputa è la questione delle licenze per l’esplorazione dei giacimenti di idrocarburi.

Il Kenya ha già concesso alcune licenze per l’esplorazione nell’area contestata, mentre la Somalia ha presentato il piano per farne richiesta ma ha detto che non concederà licenze ad alcuna compagnia petrolifera prima che la Corte abbia preso una decisione.

L’esperto di diritto del mare Constantinos Yiallourides, ricercatore dell’Università di Aberdeen (Scozia), ha detto a RFI che «qualsiasi attività che potrebbe causare una modifica permanente del fondale marino, cioè la trivellazione di pozzi, l’installazione di impianti e l’estrazione del petrolio» al di fuori delle acque di competenza, sarebbe un «atto illegale a livello internazionale». Per questa ragione, secondo Yiallourides, l’assegnazione delle licenze da parte del Kenya potrebbe essere considerata una violazione della Convenzione e pertanto essere cruciale nella decisione dei giudici sulla disputa.

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La Somalia è uno dei paesi africani più devastati dalle guerre e negli ultimi sessant’anni è stato un grosso problema di sicurezza per il Kenya, soprattutto per lo sconfinamento in territorio keniano di alcuni gruppi terroristici somali particolarmente brutali, come al Shabaab, responsabile tra gli altri dell’attacco al centro commerciale Nakumatt Westgate di Nairobi nel 2014. Negli ultimi anni, inoltre, le tensioni tra i due paesi sono ulteriormente cresciute, anche per motivi diversi dalla disputa sui confini marittimi.

Nel marzo del 2020 il Kenya aveva accusato la Somalia di aver compiuto un «attacco immotivato» alla città keniana di Mandera, nel nord-est del paese, vicino al confine con la Somalia. Le violenze erano iniziate a causa di alcuni scontri tra soldati governativi somali e forze locali della regione semiautonoma somala del Jubaland; secondo i keniani, le forze di sicurezza somale avrebbero superato il confine durante gli scontri, costringendo la popolazione locale della città di Mandera a lasciare le proprie case e trovare rifugio altrove. Per questa ragione il Kenya aveva accusato la Somalia di «violazione delle leggi e dei trattati internazionali».

A dicembre, invece, la Somalia aveva espulso l’ambasciatore keniano nel paese accusando il Kenya di aver interferito nei suoi affari interni, e aveva ordinato ai propri diplomatici in Kenya di tornare a casa.

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