Viaggio in Italia by Vittoria Coen

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L’artista è un visionario, un alchimista della contemporaneità, un pensatore, un personaggio avventuroso di una storia sempre da scrivere.


Sandro Chia è questo e molto altro, e la sua vita ne è la vivida testimonianza.


Molto serio nelle proprie riflessioni sul mondo e gli eventi, Chia non abdica mai al senso ludico della rappresentazione, all’ironia e perfino all’umorismo quello “con il quale Dio ha creato il mondo”, come egli stesso scrive sul catalogo di una mostra realizzata recentemente a New York e nella quale un “pensatore” di bronzo veniva circondato da trentasei disegni, a un passo dalla sua storia e dalla sua geografia.


Chia è cittadino del mondo, e ha rappresentato, con il proprio spirito di rivolta, una vera resurrezione della pittura. Lo ha fatto con grande coraggio, ma anche con la naturalezza che gli è propria, quella stessa che ci pone oggi davanti a ottanta straordinarie opere su carta di varie dimensioni, anche molto grandi, nelle quali si alternano la leggerezza del tratto, la festosità del colore e un’imponenza michelangiolesca.

Sandro Chia è toscano, figlio, cioè, di quella pittura che tutto il mondo vede come la punta gloriosa che il nostro paese ha saputo creare ed affermare al di là del tempo. La sua pittura è azione e concetto al tempo stesso, non è mai stata contro l’anti-pittura, è un pensiero che si dà la forma che deve avere, è un virus di positività in cui tutto è naturale ma nulla lasciato al caso.


La collaborazione con Alessandro Bagnai nasce da lontano e si concretizza, tra varie occasioni, in una splendida mostra a Siena nel 1997 presso i Magazzini del Sale.


Le opere esposte in questa occasione ci introducono alle stazioni, ai luoghi reali e immaginari che l’artista mette in scena, ispirato, come sempre, da mille suggestioni e mille riflessioni sull’arte, sulla vita, sulla natura.


Egli scrive, proprio nel 1997: “Il dipinto è un concentrato di gioia e di sofferenza, di vita e di non vita, di lavoro, che dà origine a un’immagine terminale, dà luogo alla possibilità di un mondo che diventa tascabile riabitando la quotidianità. Esso esce dallo studio e viene rimesso nel mondo come un seme nella terra creando così un fenomeno di schizofrenia globale”.


Queste riflessioni, che hanno determinato scelte precise negli anni Settanta, rappresentano la coerenza e le ragioni che sono tutt’ora valide, anche oggi, nonostante la cosiddetta “rivoluzione digitale”, e nonostante, soprattutto in Italia, si verifichi ancora una certa frattura tra il “concettuale” e strade altre.


Chia ha vissuto e vive molte vite, tra Europa, Stati Uniti, e il resto del mondo. E’ presente in collezioni internazionali, ha esposto nei più importanti musei del mondo, ed è stato un protagonista della rivincita che la pittura si è presa dopo l’esperienza estenuata del Concettuale, quello storico, alla fine degli anni Settanta.


Nella pittura di Sandro Chia vediamo il piacere di lavorare con colori accesi e segni sicuri, figli di una grande esperienza ma, nello stesso momento, di una grande curiosità che sembra non esaurirsi mai.

Il viandante è il protagonista delle sue avventure, un poeta, un artista, ma anche uno scienziato e un ricercatore. Torna alla mente una grande scultura in bronzo realizzata nel 1990 intitolata Il viandante, che è un viandante seduto, apparentemente immobile, come in attesa di nuove avventure della mente.


Infatti il viaggio è soprattutto pensiero.


Non vi è nulla di nostalgico nella sua pittura, anzi, si scorge una epifania del colore e della vitalità nella rappresentazione dei paesaggi e degli sfondi, degli animali e delle cose, infine, dell’uomo. Sandro Chia ha lavorato e lavora con tecniche e materiali diversi, e la sua fantasia imprevedibile continua a sorprenderci in un popoloso mondo di figure, allegorie e simboli che vive di rinnovata autenticità e freschezza, non senza una certa ironia e autoironia che contraddistinguono da sempre la sua poetica. Per lui la pittura “viaggia alla velocità della luce”, arriva improvvisamente, come un lampo.


Nella mostra il protagonista è l’uomo, il viandante, il poeta, in tutte le declinazioni possibili: in versione “classica”, con il cane fedele, o circondato da pinguini, da colombe colorate, o, ancora, con calzamaglia colorata come nella migliore tradizione rinascimentale.


E’ l’uomo nuovo, l’esploratore moderno dallo sguardo curioso, allegoria di se stesso, senza sovrastrutture, senza zavorre, senza nostalgia.


In queste opere ognuno di noi può, forse, riconoscersi. Forse siamo tutti viandanti, anche se non tutti siamo artisti, smarriti, a volte perplessi e insicuri, altre volte caricati di rinnovata speranza.

L’artista ci illumina, ci fa vedere il nostro profondo, e lo fa in una magnificente sequenza di immagini uniche e seriali al tempo stesso. Come ebbi a scrivere nel 2000, in occasione della personale di Sandro Chia alla Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Trento, c’è un modo empirico di guardare e un modo intellettuale di rappresentare.


L’opera di Chia non ammette repliche, ed è di per sé l’assoluto. Il lavoro del critico è semplicemente quello di affiancare l’opera, di leggerla con onestà, ma l’enigma rimane, fortunatamente, poiché è quello che non determina la risoluzione, il dato una volta per tutte.


Il quadro appeso al muro, come un crocifisso (per usare l’espressione di Chia) è lì per noi. E’ gioia e sofferenza, poiché, come è opinione dell’artista, noi possiamo allontanarci dal bello ma mai dal Sublime.


Dunque dobbiamo essere aperti allo stupore, liberi a nostra volta dai lacci delle comuni convenzioni, dalla banalità che ci portiamo dentro per nozioni acquisite e mai più messe in discussione.


Nella magia del colore Chia si lascia guidare. E’ un colore che viene interrotto improvvisamente e poi ripreso in un flusso di energia e vitalismo che non si spegne mai.


Il mondo è chiuso in una tavolozza, i colori sono quelli, eppure l’invenzione si mostra ai nostri occhi in tutta la sua consapevole innocenza. Il colore sembra interrotto dal disegno, dal gesto, dal tratto, entra ed esce da esso. Tutto questo si chiarisce molto bene quando si legge Intorno a sé, che è il titolo di una preziosa raccolta poetica di Sandro Chia pubblicata nel 1978, a cura di Giuliana De Crescenzo. Ecco l’incipit:

…Serva quindi a qualcosa


una casuale macchia e l’esser di getto:


l’arte del gettare e l’arte del raccogliere


stanno sullo stesso dado del raccogliere gettando


e con ciò si sciolga ogni esitazione


e sia dunque di questa raccolta


titolo e blasone:


Intorno a sé

In latino invenio equivale al verbo “io trovo”, e, leggendo le riflessioni di Sandro Chia, mi scopro d’accordo sulla sua provocazione, come se la pittura esistesse indipendentemente dall’artista. E’ chiaro che non lo è, ma è pur sempre una sfida costante.


De Kooning diceva che l’arte è una zuppiera, se si gira il cucchiaio dentro qualche cosa si trova sempre, e, aggiungo io, quasi come un rabdomante che cerca l’acqua sotto terra. Naturalmente di fronte a questa provocazione non si può non pensare che i grandi artisti del novecento sono stati dei rivoluzionari proprio perché si sono liberati dall’ ”aura” sacra e sono scesi dal piedistallo dell’arte “classica”. Essi lo hanno fatto con quello spirito d’avventura necessario, indispensabile.


Sandro Chia conosce bene il significato della parola Sublime, ne conosce la storia e le varie interpretazioni date da filosofi e artisti e, ancora una volta, con questa mostra, raggiunge la vetta. Lui è dentro e fuori dal quadro.


Il viandante che fu di Friedrich sul mare di nebbia, ci fa pensare all’eternità, il viandante di Sandro Chia ci fa volare per sempre.